seppuku per veri uomini
  • Scritto il 12 giugno 2010 in Low tech

    Oltre alle varie cazzate da fanboys e loro complementari ci sono tante cose buone e cattive sulla Apple e le sue politiche.

    Ovviamente serviva un incipit decente per parlare delle cattive, delle buone se ne parla già troppo – qualcuno mi spieghi perché i TG hanno fatto tutta quella pubblicità gratuita all’iPad !

    Per quanto riguarda le decisioni aziendali blindanti, Apple è il fratello minore di Microsoft che ha capito come non farsi sgamare, anche se ogni tanto gli va storto. Non è una novità che Apple e Google siano in guerra, e da un po’ ( precisamente da questo evento ), ma è una novità che Apple sia finita nelle grinfie dell’antitrust per un errore un po’ da principianti.

    È noto che Google abbia un grosso monopolio sulla pubblicità nel web, e in seguito alla recente acquisizione di AdMob la cosa non è diminuita. È noto che ad Apple non piace rimanere indietro, per cui anche loro han deciso di mettersi in proprio. Fin qui nessun problema, chiunque ha il diritto di tirar su la propria azienda di pubblicità; il piccolo problema arriva quando per un capriccio aziendale lo sviluppatore che ha un iPhone ma per qualche motivo ha un’ossessione per AdMob è costretto ad usare i canali di pubblicità Apple, pena la morte – o semplicemente la non approvazione del suo programmino.

    È chiaro che nessuno è obbligato a usare l’App store, per cui uno potrebbe dire “se non ti piacciono i termini vai altrove”, ma d’altra parte è anche vero che Apple non incentiva più di tanto i canali alternativi, per cui con tutta questa faccenda sembra di essere tornati al periodo in cui la difficoltà di usare un browser che non fosse Internet Explorer su Windows – confrontabile col decimo problema di Hilbert – costò molto cara a Microsoft, e per un bel po’.

    C’è da dire però che l’antitrust si lamenta solo quando il piatto è molto ricco. Ad esempio, una polemica altrettanto recente riguarda sempre i termini dell’App Store in materia di licenza di uso, abuso, reverse engineering, etc. del software che si acquista. In poche parole, i termini d’uso Apple non vanno tanto d’accordo con la GPLv2, che è una licenza popolare in molti programmi e librerie ( persino Doom, non so se in parte o interamente, per quanto riguarda la versione per iPhone ), che quindi possono essere destinate a venire domate dal banhammer.

    Un discorso analogo vale anche per “comprare musica su iTunes”. In effetti a ogni evento musicale Apple c’è sempre questa sorta di enorme circle jerk in cui si elogia Steve Jobs per i brani venduti sul iTunes store – personalmente non conosco nessuno che ne abbia comprato uno pagando – perché “in questo modo non si uccide la creatività”. In realtà sarebbe più corretto dire che “in questo modo non si uccide l’industria musicale”, il fatto che poi le due cose siano equivalenti non è ovvio ( anzi, è falso ).

    Un valido controesempio risale a un bel po’ di tempo fa e si chiama Flashbulb. In un’intervista a febbraio 2008 racconta un po’ cosa vuol dire vedere i propri dischi in vendita su iTunes senza aver firmato nessun contratto; oltre all’intervista che merita, sentitevi un po’ l’ultimo disco che è uscito qualche giorno fa, ed è abbastanza bello.

    Come nota a margine, tale intervista risale a prima che in uno dei soliti circle jerks – esattamente un anno dopo – Steve Jobs annunciasse orgoglioso la rimozione delle restrizioni DRM dai brani comprati via iTunes; dopotutto certe volte l’impopolarità fa fare scelte misteriose. Chissà se un giorno si sfileranno la scopa dal culo e spurgheranno un po’ anche i termini dell’App Store, e le varie altre cosucce un po’ oscure.

    Tags: , ,
  • Scritto il 31 agosto 2009 in Banane, Ffruustration, Riflessioni

    Se il novecento è stato un periodo in cui sono successe molte cose a ritmi serrati, specialmente negli ultimi quindici anni del secolo, il 2009 ci sta insegnando che un sacco di cose possono succedere in cinque giorni.

    Ad esempio, negli ultimi tre giorni i parlamentari e i fanboys che un tempo leccavano il culo a papi, cardinali e vescovi, si sono resi conto che “c’è un ingerenza dei poteri forti della Chiesa nelle attività dello Stato”.

    Processione

    In realtà la cosa l’hanno capita a modo loro, perché come di consueto c’è questa strana nube che confonde “il pubblico e il privato”, per cui lo Stato è magicamente incarnato nel prepuzio del suo Primo Ministro.

    Quindi, tutti quelli che sono convinti che per sentirsi più intelligenti non sia poi necessario leggere il Giornale si saranno resi conto che l’ingerenza della Chiesa in questo caso era una sorta di interrogazione sul fatto che sia giusto o no avere un’alta carica dello Stato che va a puttane, con nessuno “del giro” che abbia qualcosa da ridire.

    Il Giornale ha replicato a modo suo, con un articolo scritto da un giornalista strappato a una lunga carriera come vj di MTV. Il numero e l’efficacia delle frecciatine da “hey bro guarda che storia” del pezzo rasentavano più o meno i tentativi di un moscone che tenta di passare attraverso una finestra chiusa. Non importa ovviamente che fra un “ehi che storia te volevo scrivenpezzo d’economia che so’ ferrato” e un altro ci fosse solo un mucchio di cose irrilevanti, e soprattutto che non scagionano affatto il pedopresidente.

    Di questa vicenda fanno ridere svariate cose.

    La prima è che per quanto la replica di Boffo a Feltri abbia scavalcato a sinistra tutti i dirigenti dei principali partiti di centrosinistra dalla caduta del muro, l’Avvenire resta comunque un giornale di merda. Nonostante siano infatti stati fulminati sulla via di Damasco nessuno ricorda simili prese di posizione negli ultimi 15 anni alla luce di tutto ciò che super elastic bubble plastic rappresenta: non è divorziato da cinque giorni, non va a puttane da cinque giorni, non stringe rapporti con dittatori da cinque giorni, non fa gaffe a livello internazionale da cinque giorni, non è il proprietario di giornali spazzatura da cinque giorni, non è indagato (per vari motivi) da cinque giorni, e così via.

    Fortuna che non siamo in aria di golpe, altrimenti dovremmo avvisare i lettori dell’Avvenire, visto che non hanno chances di venirne informati in tempo.

    Da una parte un’altra cosa che fa ridere è la levata di scudi da sinistra in favore della libertà di stampa proprio nell’unico frangente in cui super elastic bubble plastic si è messo contro un avversario ( ahimè ) molto più forte ed esperto – tanto che è Boffo ad avere annunciato una querela, non Feltri; dall’altra parte invece si vedono i soliti “froci col culo degli altri”: quando giocavano da giovani a fare i nostalgici del ventennio il duce era buono “perché Stalin era più cattivo di lui”. Poi invece arrivano i processi IMI-SIR e SME e anche quelli sono roba da niente “perché i DS han fatto la scalata a una banca”. Ora invece che il pedopremier viene colto a Skins parties e a fare sesso a pagamento qualcuno rivanga il caso Sircana, mentre altri poveracci rivangano “il diritto alla privacy” di chi la sua privacy l’ha venduta più di dieci anni fa.

    Se questo discorso à la “occhio per occhio” fosse accettato come difesa in tribunale avrebbe conseguenze spettacolari: apri anche tu il fuoco a scuola, tanto non riuscirai a fare più vittime che negli anni di piombo, in confronto a quei terroristi sembrerai Gandhi !

    Nel frattempo tutto continua con un colossale nulla di fatto, perché da una parte è vero che anche Repubblica potrebbe un attimo staccare le telecamere dall’uccello di super elastic bubble plastic, mentre dall’altra parte non c’è proprio un cazzo da dire, e un buon resoconto l’ha fatto Scalfari ( anche lui era in pausa caffè ) in un commento a “quello che succede in questi giorni”.

    Tutto ciò mi porta a spostare l’argomento, non tanto al meeting dell’ingenuità, quanto agli sproloqui della MILF bresciana al meeting dell’ingenuità.

    Un leitmotiv dei ministri dell’istruzione di centrodestra è il solito annuncio di stanziamento di fondi alle scuole private. A prescindere dagli ovvi slogan che scaturiscono tutti i discorsi sulle scuole private (“Letizia profumo d’impresa”, bei tempi !), nessuno si è reso conto che l’istruzione privata in Italia vale quanto il titolo Alitalia prima del ritiro.

    Sono pochissimi gli enti che hanno un qualche valore, e spesso quelli che hanno un “nome” si limitano alla ricerca mentre la didattica fa schifo, e ciononostante si continua a pensare che il finanziamento pubblico alla scuola privata sia necessario.

    In linea di principio non dovrebbe essere una cosa sbagliata, perché una scuola privata è un’impresa, e “i finanziamenti alle imprese esistono”. Il problema serio è che nel mondo civile le scuole private nascono per un motivo, e il motivo è “non essere pubbliche”. Stanziare fondi pubblici per un’istituzione concorrente ad esistenti alternative statali ne pregiudica l’autosufficienza economica, e quindi lo scopo in sé viene meno. In realtà è ovvio invece che qualsiasi stanziamento per progetti scadenti (e in questo caso senza un minimo di certificazione statale) è un investimento a vuoto.

    Tutto questo la MILF bresciana non l’ha considerato perché come tradizione di buona parte della classe politica italiana non sa un cazzo della materia che dovrebbe amministrare.

    Un altro slogan riguarda il percorso per diventare insegnanti. Si parlava di grandi cambiamenti ma non è cambiato assolutamente niente, a parte l’eliminazione delle (inutili) scuole di specializzazione all’insegnamento secondario. Ovvero, si è partiti da una buona base, l’annientamento delle SSIS, sostituendole con un qualcosa di “vago”, per poi lasciare inalterato tutto il resto.

    Questo metodo ormai ha preso il nome di “metodo Gelmini”:

    1. Cercare un problema “sentito” (sondaggi?)
    2. Annunciare che verranno presi grossi provvedimenti
    3. Cambiare un paio di virgole dai punti problematici
    4. Lasciare rigorosamente inalterati il “prima” e il “dopo”

    La cosa è analoga alla “selezione nei contratti di ricerca”, in cui dopo aver annunciato “accessi su base meritocratica” (ahahah) l’unico cambiamento è stato la composizione della commissione, in un modo irrilevante ai fini di evitare eventuali brogli o favoreggiamenti di sorta.

    Dopotutto a tutte queste persone basterebbe rivestirsi e sciacquarsi un po’ la bocca per iniziare a fare il loro lavoro, così magari la Repubblica potrà parlare un po’ anche di quello, visto che in teoria sono pagati.

    Tags: , , , ,
  • Scritto il 12 marzo 2009 in Cultura, Low tech

    Ieri, in Germania, un mitomane ispirato da passati avvenimenti in Finlandia e, soprattutto, oltreoceano, ha pensato bene di tentare di battere il record nazionale, fallendo miseramente. Se anziché 16 ne avesse fatto fuori un paio in più …

    La cosa divertente della faccenda è che il “serial killer per cinque minuti” è stato etichettato dai media come un grande campione coi “videogiochi violenti”, cosa che non stupisce più di tanto. Credo che pensare che un membro dei “comitati per genitori ritardati” di quelli che si occupano di censurare film e musica possa essere veramente un genitore di qualcuno fa venire i brividi.

    Dopo la nota a margine, giorni fa mi è caduto l’occhio sulla nuova legge sul diritto d’autore in Francia, che Ars etichetta come “toughest in the world”.

    resistance-fulljpg

    Di che si tratta ? Globalmente non c’è niente di nuovo, ma ci sono due punti piuttosto imbarazzanti che nessuno fino ad ora aveva tentato di aggiungere.

    • Criminalizzazione di chi non cifra la sua rete WiFi a dovere.
    • Wireless pubbliche con whitelist ( i.e.: è consentito traffico solo verso certi indirizzi )

    A prescindere dalle considerazioni su quanto una cosa del genere sia lesiva per le libertà individuali, tutto ciò solleva un paio di problemi.

    Oltre a confermare infatti che i sostenitori del libero mercato e del “liberalismo” sono quelli che ci credono meno di tutti, perché se decisioni totalmente irrilevanti come “criptare o meno la mia wireless” devono essere l’ago della bilancia sulla mia fedina penale evidentemente c’è qualcosa che non va, beh, è altrettanto evidente che le priorità di un Paese non sono cosa poi tanto nota.

    Facendo un ragionamento puramente qualitativo ( anche se sarebbe interessante analizzare un po’ di dati ), le parti coinvolte, per chi della materia non capisce un cazzo, sono esclusivamente due: l’uomo qualunque e la major discografica: nel caso francese addirittura era una sola casa discografica che ha scatenato tutto.

    L’uomo qualunque scarica il nuovo disco di Katy Perry da bittorrent, e la major si incazza per questo. Katy Perry fa vari tour mondiali e le sue canzoni sono bene o male su una tonnellata di pubblicità e programmi televisivi. L’ultimo disco ha anche venduto parecchio.

    Non sembra quindi che ci siano grossi problemi, considerato anche che il fatturato di negozi online come l’iTunes Store ha una quantità di zeri imbarazzanti.

    A questo punto più o meno chiunque potrebbe dire che il mercato si è bene o male assestato su un certo equilibrio, e anche se una major discografica fosse in perdita, o fosse anche costretta a chiudere, non sarebbe un grosso problema, molte grosse aziende sono fallite negli ultimi anni, per cui …

    Il problema però si complica, perché a tutto ciò si aggiunge una terza parte, i cui interessi in questa materia coincidono con quelli dell’uomo qualunque: i provider; quelli che in altri casi erano i soliti stronzi che offrivano un servizio pietoso ora hanno grandi motivi per essere incazzati.

    Tutte le bozze di legge sul diritto d’autore infatti comprendono un bel pugno in faccia ai provider che non “denunciano” o non “staccano la spina”. Le norme sulla privacy vanno bene per la criminalità organizzata, mentre sono “immorali” per chi scarica il disco di Katy Perry da internet, quelli vanno messi in galera, e poi alla gogna.

    Tuttavia, è chiaro che non è solo una questione di moralità, perché le perdite delle case discografiche non sono niente, confrontate a quelle dei provider, i quali comunque finché la cosa non sarà gestibile individualmente ( wireless cittadine, nazionali, etc. ) offrono un servizio pressoché irrinunciabile, perché chiunque usa internet per motivi di studio o lavoro. Non solo: in questo modo oltre a far crollare i provider che non si vedono più pagato il canone, si rischia di far pagare a una famiglia intera il reato di un singolo, perché il papà dell’uomo qualunque che scaricava il disco di Katy Perry magari riceve 40 email al giorno che deve controllare quasi costantemente anche da casa.

    In Nuova Zelanda è stata approvata tempo fa una legge simile e un provider si è pubblicamente rifiutato di adeguarsi; il governo, come un po’ ovunque, è più amico di certe persone che di altre, per cui non si è di sicuro schierato “dalla parte di chi ci vive”; la cosa drammatica è che quello che i governi non vedono è che schierarsi con business in putrefazione perché la comunità, il progresso o il mercato, che dir si voglia, li hanno già decapitati da un po’, è una specie di suicidio economico, perché una volta che il vinile fu messo in obsolescenza nessuno si occupò di privilegiare la produzione di LP in favore dei CD.

    Questo caso non ha nessuna differenza, perché fino a prova contraria la proprietà intellettuale è come Babbo Natale o Gesù: non esiste, e scrivere libri, fare disegnini, e mettere in galera chi la pensa diversamente non cambia di sicuro le cose.

    Tags: , , ,
  • Scritto il 25 dicembre 2008 in Ffruustration, Lols

    Ci sono un paio di cose tristi delle celebrazioni natalizie.

    • Le persone che in uno spirito totalmente unfunny fanno gli auguri di una festa sbagliata.
    • Le persone che ostentano su facebook1 o MSN ( o quello che è ) status del tipo “non farò gli auguri a nessuno” o “il Natale fa schifo”.

    Per il resto fra i fatti divertenti ( o meno ) rientrano le dimissioni del Presidente della Regione Sardegna, e annesse erezioni anticipate, alle quali sarò ben lieto di non partecipare, perché la legislazione regionale ( come tutte le legislazioni italiane ) è scritta da scimmie ammaestrate piuttosto male che non hanno preso affatto in considerazione l’eventualità della presenza di “residenti fuori sede” sparsi per l’Italia, e cadendo le elezioni in piena sessione invernale di esami ho serie difficoltà a capire un eventuale guadagno.

    In uno spirito meno qualunquista ho finalmente visto M, dopo averlo accuratamente scaricato tanti anni fa. Il regista è Fritz Lang, da non confondere con Fritzl, anche se la trama potrebbe generare ambiguità di sorta. Dirai “e a me che cazzo me ne frega ?”, io dico “giusto”.

    _______________

    1. rimando a oltranza la riflessione “perché il mondo si sta accorgendo di internet solo ora che la mediocre demenza italiana si sta spargendo a macchia d’olio su facebook ?”, che probabilmente merita un articolo a sé
    Tags: , ,
  • Scritto il 1 dicembre 2007 in Cultura, Riflessioni, Scienza

    Chi ha sentito il sottoscritto rompere le palle sulla questione del dialogo fra saperi, così “lo chiamano”, non sarà stato tanto contento, anche se forse mi dava ragione. Nella fattispecie non ricordo con chi parlassi ( a parte una persona ), quindi non fa niente.

    Non mi piace questo tipo di dialogo. La fisica non ha molto da dire a nessuno tranne che alla matematica e alla chimica ( che ne è la timida nipotina ). Un pochino alla storia, ma finisce lì. Per quello che riguarda l’arte e la “fantascienza”, han ben poco a che vedere con la scienza in sé, nel senso che fra chi scriveva di fantascienza c’era anche chi ogni tanto il prefisso fanta- lo toglieva. Uno che mi viene in mente è un tale Fred Hoyle che nonostante la sua sfigatissima teoria dello stato stazionario qualche contributo non indifferente all’astrofisica l’ha dato eccome.

    In ogni caso scrivere fantascienza non è quello che io considero dialogo – e lo accetto eccome, se no non leggerei e non suonerei nemmeno – ma un buon “tenere le cose in parallelo”.

    Tuttavia, c’è sempre un “tuttavia”.

    Tuttavia, si sente spesso ultimamente parlare di “dialogo fra scienza e fede”. A questo proposito mi viene in mente una cosa. Esiste un’ipotesi che prende il nome di congettura di Goldbach che afferma che ogni numero pari è somma di due numeri primi ( es.: 100 = 97 + 3 ). Risale più o meno a 250 anni fa e siamo praticamente tutti convinti che sia vera dato che è provata fino a un miliardo di miliardi, ma nessuno ne ha mai dato una dimostrazione, per cui ancora oggi si chiama “congettura”.

    Quando sono venute alla luce le singolarità nella relatività generale che le varie teorie di gravità quantistica non riuscivano a tappare ci s’è tutti preoccupati e ancora oggi si cerca una soluzione ( anche se forse … ), quindi ci si guarda bene da dire che si ha in mano la verità, e anche oggi una branca come la meccanica analitica è una “scienza esatta” solo sotto certe condizioni che hanno poco di concreto ma non si distaccano così tanto dal “reale”.

    Che dialogo ci può essere fra chi basa la sua ricerca della verità su un’elaborazione millenaria di risultati che porta anche a drastiche rivoluzioni ( me ne vengono in mente tre o quattro ), e chi invece pare che la verità l’abbia già ricevuta in dono dal cielo ?

    Per quello che mi riguarda credo che una cosa simile sia una pretesa inutile, visto e considerato che c’è una sorta di rapporto asimmetrico per cui, alla comunità scientifica, di dogmi e “verità rivelate” non importa niente, mentre qualunque credente con un minimo di intelligenza sa che senza la scienza non si va da nessuna parte: difatti la ricerca del dialogo è proprio unilaterale, perché si spera di “tenersi buoni a vicenda”.

    Per quello che mi riguarda la risposta è “no, grazie”.

    Un’ulteriore e spocchiosa giustificazione potrebbe riguardare la “cognizione di causa”, ma penso che non ci sia più tanto da dire.

    Veniamo ora agli insulti e alle ingiurie da satanista.

    No, non ora, magari più avanti.

    Tags: , ,