seppuku il blog più cliccato dai nostri ragazzi in Afghanistan!
  • Scritto il 16 aprile 2010 in Banane, Low tech

    Come al solito, Bilbo Baggins ha tirato fuori l’ennesima furbata che ritiene una rivoluzione, ma essendo un totale incompetente a riguardo, non gli si può dare troppo ragione.

    I see what you did there...

    La Posta Elettronica Certificata è una terribile idiozia concettuale tutta italiana, che è l’esatta trasposizione della burocrazia “cartacea” online.

    Prima di discutere su cosa è e perché non è una buona notizia è bene notare che rallegrarsi del fatto che finalmente “il diritto di comunicare con la pubblica amministrazione” via email arriva solo su richiesta, allora forse non si ha bene in mente quale relazione ci dovrebbe essere fra Pubblica Amministrazione e cittadini.

    Io non so niente, che cazzo è la PEC ?

    La PEC è semplicemente un account di posta elettronica con allegata una firma digitale firmata da un’authority riconosciuta dal governo, esattamente, come quando si va su siti https come PayPal o GMail, il cui traffico è cifrato grazie a un certificato che garantisce la riservatezza, ovvero il fatto che nessuno possa sniffare il traffico fra me e il sito in questione; chiaramente ciò non garantisce l’autenticità in modo bilaterale, non essendo la mia parte certificata, e d’altra parte è impossibile in linea di principio fare altrimenti, perché il ruolo di GMail è completamente distinto dal mio.

    La chiave digitale tipo PGP per le email è una cosa leggermente diversa, in quanto in questo caso il ruolo fra le due parti di una comunicazione è identico, per cui oltre alla riservatezza l’autenticità è garantita nel momento in cui le due parti si sono incrociate per strada e si siano scambiate le firme.

    Il sistema di PGP è totalmente decentralizzato, nel senso che le chiavi (pubbliche) vengono depositate in appositi server sparsi per il mondo, cosicché chiunque le possa scaricare; il passo successivo è firmare le chiavi, che è quello che il Leviatano fa nel momento in cui “ci si reca alle poste per ritirare l’indirizzo”, per cui si riconosce che quella chiave pubblica è effettivamente la mia e da quel momento in poi siamo BFF e possiamo scambiarci tutte le email che vogliamo.

    Il problema è che in questo caso ovviamente l’autenticazione delle chiavi, che per PGP è una cosa efficientissima ma informale viene monopolizzata da un ente solo, tanto è vero che prima la PEC costava abbastanza, e la sua unica utilità era l’obbligo di legge – i.e. un modo come un altro per regalare soldi allo Stato.

    “Ehi, ma ora è gratuita, perché rompi le palle?”

    La PEC è gratuita esattamente come è gratuita l’istruzione in Italia, è un altro servizio che viene pagato con fondi pubblici che vengono tirati fuori dal cilindro, che sono pronto a scommettere che non vengano da un’operazione di snellimento ponderato della PA.

    La differenza fra l’istruzione e la PEC è che mentre non ci sono alternative gratuite alla prima, quelle alla seconda non solo sono gratuite ma migliori, perché logicamente la PEC non è riconosciuta fuori dall’Italia, mentre una chiave PGP firmata da migliaia di persone sparse per il mondo è di sicuro più affidabile.

    Il secondo problema è “che ci voglio fare con sta PEC?”; comunicare con la Pubblica Amministrazione vuol spesso dire mandare raccomandate con un paio di fotocopie firmate, la quale cosa la posso fare io come la può fare chiunque con o senza il mio consenso, basta che falsifichi la firma. In questo modo le raccomandate in Posta sono di per sé quanto o meno sicure di una chiave PGP non certificata dal governo. Un indirizzo certificato dunque non è poi così necessario, visto che già il mezzo attuale non è così sicuro.

    Certo, c’è l’avviso di ritorno, ma nel momento in cui io mando una raccomandata falsa, auguri a riparare il danno. Allo stesso modo mi chiedo quanto sia difficile compromettere la chiave di un’azienda visto che la sicurezza informatica viene presa il più delle volte come “quella rottura di palle che bisogna fare che se no ci arrestano”.

    C’è poi il fattore “Italia”. Quanti enti accetteranno il dialogo esclusivamente via email ? Sono pronto a scommettere che lo scambio di email più frequente sarà:

    A: Ciao, ho un problema
    B: Chiama 800-xxx-xxx1 o recati all’ufficio in via xxx.
    A: RAAAAAAAAAGE

    Non solo, c’è pure l’eventualità che l’ufficio non accetti scartoffie scannerizzate, dopotutto per quale motivo se no chiederebbero gli originali firmati?

    In sintesi, la PEC sembra piuttosto inutile, non c’è nessun Paese, e mentre Bilbo Baggins sproloquia su Internet e sulle email senza sapere cosa parla, in Italia c’è un servizio bellissimo e gratuito nuovo di zecca che sarà una cornucopia per l’azienda che si incaricherà di gestire i certificati, col benestare di chi spererebbe che almeno il 20% delle tasse che paga non venga buttato nello stipendio di Bilbo e i suoi amichetti e nelle loro idee rivoluzionarie.

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    1. Se hai culo, altrimenti paghi anche la telefonata
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  • Scritto il 16 settembre 2009 in Banane, Ffruustration, Low tech, Riflessioni

    Questo spassoso video ha fatto un bel giro negli ultimi giorni, ed è la prova di come un intervento farcito di umorismo anni ’60 e nessun contenuto possa scaturire applausi scroscianti. Principalmente è perché la gente ride ancora per Fantozzi, ma probabilmente un uomo delle fattezze di Brunetta che sbraita e gesticola farebbe morire d’invidia anche Tod Browning.

    A quanto pare il problema dello spettacolo in Italia non è che iniziative valide non vengano finanziate perché comuni e regioni sono troppo impegnate a spendere soldi in film porno e aerei per i loro dipendenti, o che, ad esempio, le “scuole” di arte e musica seguano un modello elitario e ottocentesco ( e così anche i teatri ). Il problema è che “ci sono i Festival che si mangiano i soldi” e c’è “la mafia dei direttori d’orchestra”.

    Ah già, “confrontatevi col mercato”. Non si capisce bene in che modo, nel momento in cui anche la promozione è cosa difficile visto che le discomafie sono amiche di tutti i governi di destra del mondo, per cui è difficile promuovere un disco autoprodotto senza incappare in normative buffe. Dopotutto era il 2004 quando fu approvato in Italia il decreto Urbani, anche se fortunatamente delle leggi ce ne si dimentica presto. È un po’ il solito discorso del liberismo “fai da te”. Siamo liberisti, ma buttiamo soldi ( pubblici ) in guerre prive di tornaconto economico, siamo liberisti, ma gli sprechi per processi e guardia di finanza valgono più della deregulation.

    Fortunatamente la Francia non fa eccezione. Finalmente, con l’opposizione di socialisti e comunisti, è passata la legge Hadopi II. In breve, era una sorta di analogo delle three-strikes laws che si vedono negli Stati Uniti, però applicata al file sharing via internet. Posso essere contento per aver azzeccato la mia previsione ( “al secondo tentativo passerà” ), però per il resto c’è da piangere.

    I due punti famigerati già citati ( quelli sulla cifratura delle WiFi e sulle whitelists obbligatorie di stampo cinese ) sono rimasti. Come si vede dall’articolo di Le Monde è rimasto anche il nocciolo della legge, che era l’eventualità di “rescissione forzata” del contratto col provider.

    L’unica cosa che è cambiata è che l’operazione effettiva di “staccare la spina” non poteva essere compiuta da una sorta di internet police invisibile perché la cosa era in contrasto con la normativa UE sulla privacy, ma anche, come espressamente detto da alcuni membri del governo francese, da “un’inezia”, come la Costituzione del 1789.

    Stavolta ci vuole un giudice, ma con una sorta di formalità, visto che a quanto pare per emettere il verdetto non è necessario un processo completo.

    La punchline spettacolare è ad opera del nipote dell’ex-presidente, che da “indipendente uomo di spettacolo vicino ai socialisti” è passato all’UMP; che dire, uno che piacerebbe al PdL:

    [cette loi va] protéger le droit face à ceux qui veulent faire du Net le terrain de leurs utopies libertariennes.

    “Contro chi vuole fare della rete il terreno delle proprie utopie libertarie”. Sempre il solito leitmotiv, il laissez-faire va bene solo in certe circostanze. Purtroppo Mitterrand junior e il resto delle persone non capiscono che l’unico diritto da tutelare in rete è, qualora fosse richiesto, il compenso per l’offerta di connettività ad internet – è comunque l’erogazione di un servizio -, e qualora appunto tale servizio possa essere decentralizzato e gratuito in rete non esistono altri “diritti naturali” che non siano regolati dai termini d’uso delle varie entità interne ( la compravendita dei domini, i filtri dei server di posta, etc. ), e non c’è Hadopi che possa dimostrare il contrario.

    L’introduzione del “giudice in persona” frenerà abbastanza l’applicabilità della legge. S’aspetterà i risultati.

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  • Scritto il 27 luglio 2009 in Banane, Ffruustration

    Certe volte sono convinto che l’ansia di misurarsi l’uccello con gli armamenti da parte di determinate persone abbia origine da un complesso di inferorità nei confronti di chi a queste persone ha fatto pesare la propria partecipazione a qualche guerra. Come dargli torto, del resto; la generazione di Franceschini e di La Russa è una generazione inutile: fra chi veniva da illustri repubblichini o illustri partigiani l’unica cosa di cui si possono vantare è essersi dati fuoco a vicenda negli anni ’70.

    In effetti a tutt’oggi nessuno ha ancora intuito un motivo valido per giustificare la permanenza militare in Afghanistan, a parte un furbo “se ce ne andiamo ora il resto del mondo ci prenderà in giro per aver fatto una cazzata”.

    Personalmente continuo a non capire il motivo dell’intervento “in the first place”. Dopotutto fra tutti i paesi che si potevano bombardare ( Libia, Corea del Nord, Somalia … ) non si è decisamente scelto quello più comodo. Persino Bossi e Calderoli si sono accorti che la democrazia non si esporta, a scanso di facili battute come “dopotutto noi non abbiamo nulla da esportare”.

    Potrei dare un po’ di premi, come per le europee, però non sarebbero abbastanza divertenti, e sarebbero troppi.

    Probabilmente la migliore è questa qui:

    In Afghanistan si gioca anche la nostra libertà. Non possiamo pensare di guardare solo il no­stro ombelico e non pensare al resto del mondo.

    Chi legge questa cazzata per caso è portato a pensare che l’autore vive incatenato ad un palo. Personalmente non avevo mai notato che la mia libertà dipendesse da un gruppo di persone che non essendo riuscite a trovare un lavoro vero vanno in mezzo al deserto a giocare a Commandos, e male.

    Un’altra dichiarazione notevole viene dal mio concittadino pentito Arturo Parisi, ex ministro della difesa, che mostra come il PD sia ancora una volta riuscito a farsi sorpassare a sinistra dai contadini leghisti. Ormai non c’è nemmeno più gusto a riportare certe notizie …

    Son sicuro che il Pd anche se all’opposizione continui ad attenersi alla linea del sostegno pieno e leale alle missioni approvate dal Parlamento nel rispetto della Costituzione, opponendosi fermamente a ogni iniziativa estranea al mandato parlamentare.

    Contrariamente alla posizione di Brunetta, questa è più subdola, perché lascia intendere che l’approvazione parlamentare “nel rispetto della Costituzione” di una qualsiasi mozione sia una cosa “giusta e legittima” in ogni caso, perché beh, se è approvata nel rispetto della Costituzione …

    La cosa che fa più ridere non è tanto la totale mancanza di senso comune di chi non avendo partecipato a nessuna guerra vera ( per favore, non mi si citino la guerra del Golfo e l’intervento in Kosovo o in Libano ) ha voglia di provare l’ebbrezza di mentire ai propri sudditi dicendo che “è in gioco la nostra libertà”, quasi come se si sentisse una qualche minaccia incombente.

    La cosa che fa più ridere è che chiunque abbia da ridire in qualsiasi modo sullo spreco rappresentato dalle “missioni di pace” viene preso per una specie di fricchettone o di un “sostenitore dell’antipolitica”, come se invece “sostenere la politica” fosse un qualcosa di più nobile. Beh, come dice Franceschini, “il primo nostro dovere è proteggere i nostri soldati”; e da cosa ? Ze germans ?

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  • Scritto il 4 luglio 2009 in Banane, Ffruustration

    Da bravo studente fuori sede quando l’anno scorso fu lanciata questa iniziativa pensavo quasi di essere nato in un posto che aveva deciso di mandare a fanculo la politica fallimentare di borse di studio di tutti gli enti per il diritto allo studio che istigano al falso ideologico e premiano sostanzialmente la dichiarazione più creativa ( da “vivo con la nonna” a “la mia famiglia ha un imponibile annuo di 3,000 euro” ).

    Enter the-

    L’idea è in linea di principio innovativa. 10,000,000€ stanziati per premiare con 3,000€ o 6,000€ studenti “meritevoli” ( rispettivamente “in sede” e “fuori sede” ), con precedenza per le facoltà scientifiche.

    Diciamo che per non aver mai ricevuto annualmente più di un 20% scarso delle tasse che pago 6,000€ sono un bel passo avanti, soprattutto visto e considerato che non essendoci la voce “reddito” diventa pressoché inutile tirare a fottere col fisco per impossessarsene.

    Senza dover troppo ripercorrere l’epopea, il bando è stato pubblicato esattamente il 4 luglio 2008. Nessuno ha ancora ricevuto i soldi, tuttavia ci sono molti presagi della grande fregatura, per cui un elenco è doveroso.

    • Il bando divideva gli studenti in tre categorie, rispettivamente “appena usciti dal liceo”, “iscritti al primo anno di un corso di laurea” ( anche specialistica ) e “gli altri”. Ad occhio la prima categoria conta circa metà della seconda, la quale conta meno di metà della terza; ovviamente alla Regione non ci han pensato, e i dieci milioni li hanno divisi per tre. A rendere tutto ancora più divertente le graduatorie provvisorie sono state pubblicate separatamente, per cui la cosa è irreversibile.
    • Il bando è stato lanciato senza nessuna verifica preliminare, per cui chi doveva spulciare le domande si è detto “sorpreso” del numero enorme di richieste. Che dire, sarebbe stato sufficiente mandare un paio di lettere ad un paio di università con su scritto “ehi, ad occhio, quanti fra i vostri studenti hanno una media superiore al 27 ?”.
    • Per la categoria “gli altri” sono state chieste varie cose, fotocopia del libretto, etc,; dopodiché, mesi dopo, è stato richiesto di compilare un modulo con corsi e voti ( troppo difficile contattare l’università ). La cosa è stata resa ancora peggiore dai nomi chilometrici dei miei corsi.
    • Ad occuparsi della cosa sono due persone.
    • Per verificare i dati, anziché contattare le varie università di provenienza, è stata scelta la scientifica procedura del sorteggio del 5% dei richiedenti.

    Un ritardo di un anno dovuto sostanzialmente a niente – non dovevano fare controlli di nessun tipo, solo limitarsi a fare qualche copia-incolla. Insomma, un sacco di spassosi problemi tecnici. Certo, nel frattempo è anche caduta la giunta, ma veniamo alle cose peggiori.

    Le lamentele sono state legittime, dopotutto nessuno ha ancora ricevuto un euro. Il problema è che oltre alle solite proteste giuste si è aggiunta una lunga serie di proteste butthurt di gente che avendo fiutato l’esclusione ha pensato bene di lamentarsi sulla precedenza alle facoltà scientifiche, che era fondamentalmente l’unica cosa chiara del bando.

    Qualche furbone ci ha anche scritto un articolo. Come tutti gli articoli scritti da persone che si arrampicano sugli specchi per avere un seguito, ci si aggrappa ad un paio di punti fuorvianti, come il fatto che il criterio della provenienza sia stato “imposto sul criterio del merito”, denotando paroline magiche come “privilegio”, “dogma” e “discriminazione”.

    Se pensiamo che in Italia un terzo della popolazione ( e probabilmente una buona parte degli studenti di giurisprudenza ) crede nell’oroscopo la cosa non sorprende più di tanto. Quello che sorprende invece è vedere le parti interessate ( la giunta precedente ? ) tacere nel momento in cui qualche studente ritardato si lamenta del fatto che chi fa una facoltà scientifica è un privilegiato. C’è addirittura chi ha fatto paragoni arditi, oltre all’evergreen “economia aziendale non è scientifica ? Sappiate che facciamo un sacco di esami con la calcolatrice !”; probabilmente anche essere commesso in un negozio rientra nell’ambito scientifico.

    Fortunatamente una delegazione di studenti che avevano un bel po’ di tempo da perdere ( chissà perché ) sono andati ad “esigere” che nel bando successivo fosse destinato almeno il 40% dei posti agli studenti di corsi di laurea umanistici, noncuranti del fatto che molti di essi forniscono una formazione liceale e che la media delle medie è molto alta – per cui ci si dovrebbe inventare un paio di altri parametri per distinguere chi è bravo da chi non lo è; non solo, il settore umanistico non fa ricerca, e in un momento come questo è un fattore determinante.

    In summa, come la protesta contro la legge 133 che da “giusta contestazione” contro una riforma dell’Università pianificata da pesci abissali ( parlare di “mancanza di programmazione” è un’offesa al vuoto quantistico ) è diventata una federazione di tutti i gruppi fricchettoni delle varie Università italiane, persino un’iniziativa regionale per “incentivi al merito” ( anche per colpa della solita disorganizzazione della PA italiana ) ha perso qualsiasi carattere di “incentivo” per colpa di “chi ha tanto tempo da perdere e tante cazzate da dire”.

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  • Scritto il 17 giugno 2009 in Low tech

    Una cosa che si fatica sempre a capire è come mai dietro ai supporti ottici ( CD, DVD … ) ci sia una sorta di atteggiamento protettivo nei confronti di quello che ci si deve mettere dentro.

    Secret dox pls

    Suona familiare ?

    Quando c’erano i floppy era fin troppo facile farne copie, faceva quasi sentire in colpa; coi CD è diventato un po’ più complicato perché la lettura era energeticamente molto meno dispendiosa della scrittura e i masterizzatori commerciali hanno raggiunto un prezzo abbordabile scandalosamente in ritardo.

    Nonostante ciò la lettura non aveva grossi problemi e le copie si potevano comunque fare localmente, fra software e videogames, tanto che i .rar magici circolavano su internet senza problemi; per i CD audio si è dovuto aspettare un paio d’anni, e il boom delle reti di filesharing.

    Nel frattempo sono arrivati i DVD, e con loro la massiccia inculata del CSS e dei codici regione e l’oscura regola “il cliente avrebbe sempre ragione, se la smettesse di lamentarsi”. Fortunatamente aggirare il sistema di protezione che associano i dischi al “posto in cui vivi” ( sembra quasi una barzelletta ) fu un giochino da 16enni, e chiunque usava Linux nel periodo del boom del DeCSS ne era al corrente.

    Copiare DVD rimane un po’ una seccatura perché per qualche strano motivo i dischi vergini più grandi di 5GB non sono mai stati diffusi, ma anche qui, nessun grosso problema, come sanno più o meno tutti.

    Nel frattempo la discomafia ha iniziato ad armarsi, dal fronte legale e tecnico, e con l’introduzione di HD-DVD e Blu Ray arriva l’annuncio che “i sovversivi verranno fermati per sempre”.

    Le ultime parole famose: non solo il sistema di cifratura degli HD-DVD era andato a farsi fottere, ma la discomafia ha perso una dopo l’altra tutte le ingiunzioni tentate ( o intentate ) nei confronti di chi diffondeva le chiavi, come se al resto del mondo fregasse qualcosa del DMCA1.

    Ora arriva l’ennesima stronzata; non contenti di aver perso braccia e gambe, i giullari della discomafia decidono che la copia personale è una “concessione” per l’utente, e per verificare la legittimità della copia ritentano ancora il giochino precedente, coscienti della sua più totale impenetrabilità.

    La cosa divertente è che l’autenticazione della copia è fatta analogamente all’autenticazione di certi software: un virus ( di quelli buoni eh, non di quelli cattivi ) contatta il server della lobby di turno e, fondamentalmente, gli chiede il permesso, che non è detto sia gratuito.

    Le domande extra a questo punto sono le solite:

    • Quanto tempo prevedono che duri tutto ciò, prima dell’uscita di un crack ?
    • A quale “diritto” si dovrebbero appellare i produttori per impedire su scala mondiale che qualcuno sfrutti il prodotto acquistato a suo piacimento ?

    Dopotutto è un po’ come proibire di tagliare le carote ad uno che acquista un set di coltelli.

    Forse un giorno anche loro impareranno che the harder you try, the harder you fail.

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    1. A ciascuno il suo, noi abbiamo la legge Gasparri, gli USA hanno il DMCA
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  • Scritto il 12 giugno 2009 in Banane, Riflessioni

    Come era da prevedere, e come ripeto incessantemente da sempre e ovunque, l’ennesima volta che un gruppo di scimmie dattilografe legiferano su qualcosa legato al traffico di informazione, il disastro risultante è di proporzioni titaniche.

    Intercettazioni

    Punti di vista

    La violazione della privacy di chicchessia assume nomi diversi a seconda delle circostanze; stalking, origliare, intercettare, sniffare, infiltrarsi.

    Se pensate che una delle parole sia legata ad una cosa cui siete dediti ( chi più chi meno ) siete pesantemente fuori strada.

    Detto ciò, ci sono varie entità interessate a violare la privacy di altre persone, per scopi diversi. I maniaci sessuali, per preparare l’attacco; i ladri, per studiare le vittime; la digos, per abitudine ( e per studiare le vittime ); la magistratura, per altri motivi.

    Detto ciò ( di nuovo ), sembrerebbe che ci sia un grosso interesse da parte di chiunque per tutelare come possibile la propria privacy; uno può tenere alla sua proprietà, alla sua fedina penale, alla corretta pianificazione di un attentato, o semplicemente al proprio corpo. Sfortunatamente non mi occupo di casseforti o di armi semi-automatiche portatili, però posso dire qualcosa riguardo alla privacy legata all’informazione, sia essa digitale o analogica ( telefoni, etc. ).

    Ultimamente è passato il tanto annunciato quanto discusso emendamento alla legge in materia di usi e consumi delle intercettazioni telefoniche; il governo l’ha ovviamente promosso come “tutela della privacy”, ma siccome siamo convinti che ce ne sono tanti tipi e altrettanti interessi coinvolti, forse è bene chiarire quale riservatezza in particolare sia stata violata in passato dalla mancanza di questa legge; trascuriamo totalmente lo sproloquio di cifre su costi e “cittadini intercettati”, perché sarebbe una totale mancanza di rispetto persino per la più nobile delle demenze.

    C0ntrariamente agli Stati Uniti la legge italiana sulla privacy è sufficientemente generosa; negli USA è persino proibita la “strong cryptography“, nel senso che è proibito cifrare dati al un punto che il governo – se volesse – non potrebbe decifrarli senza una chiave; il significato è “puoi cifrare i tuoi dati, ma in tutti e soli quei modi che il governo è capace di crackare”.

    In Italia è legale il traffico di informazioni cifrate su qualsiasi livello, tanto che qualsiasi gruppo di persone che abbia fatto bene i conti può far circolare informazioni sulla pianificazione di un attentato alla luce del sole e scampare qualsiasi perquisizione, perché non avendo dati in chiaro su cui basarsi diventa impossibile avere anche il minimo indizio di reato per poter ottenere un mandato.

    In questo senso una difesa per la propria privacy su vari fronti ( email, instant messaging, etc. ) c’è già, e chi lo sa la sfrutta; il punto su cui fa leva la normativa sulle intercettazioni telefoniche è che di solito le persone sentono di “non avere nulla da nascondere” e l’ingenuità popolare illude il boss mafioso di comunicare nella più totale riservatezza con un telefono, purché non ci siano altre persone nella stessa stanza.

    In altri termini, la stessa ingenuità popolare è quella che illude il tuo vicino di casa che mette una chiave WEP nella sua wireless così come illude il tizio che scarica i porno davanti a te pensando che un monitor scuro e un’attenta visuale periferica della stanza in cui vi trovate sia sufficiente a garantirgli una qualsiasi riservatezza.

    In sintesi, un qualsiasi stralcio di legge sulle intercettazioni1 è una sorta di legge ad idiotam, nel senso che si premia l’arroganza e la presunzione di chi continuerà a fare cazzate senza alcun problema di “riservatezza” e non ha né l’intelligenza e né le palle di informarsi su come tutelare da sé la propria privacy, e come chiunque ha già notato, agevola in un qualche modo la criminalità.

    Ovviamente agevola solo quelli stupidi, che sono statisticamente quelli che hanno più agganci in Parlamento, ma ci dobbiamo pur accontentare …

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    1. Tralascio in tutto il discorso la parte ridicola che riguarda la pubblicazione delle intercettazioni, perché per fortuna ne hanno già parlato abbondantemente
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  • Scritto il 15 agosto 2008 in Riflessioni

    Non sto molto al computer ultimamente. La sessione estiva è stata un totale disastro, e il rientro è stato peggiore delle aspettative.

    This said, non ho voglia di dilungarmi in inutili introduzioni.

    Polline

    Nonostante il mio sempreverde cinismo il recente abuso di parole come libertarianliberista mi sta un po’ sul culo. Forse è la mia formazione, forse è il pupazzo con la faccia di Lenin che mi guarda dal comodino. Probabilmente però è colpa del 2008 e di quella strana sensazione di chi vede lo stambecco del “liberismo applicato” che scala un muretto a secco agonizzante, colpito a morte da un paio di fiocine made in China.

    Milton Friedman ha fatto varie cose decenti nella sua vita. Come per tutti gli economisti, non capisco bene quali. Prima di morire però si fece elogiare dall’Economist “l’economista più influente della seconda metà del ventesimo secolo, forse addirittura di tutto quanto”. Le note ironiche sono due. È buffo che chi fece quell’affermazione ebbe quasi da trattenersi dal mettere Friedman prima di Keynes, per poi smentirsi e dargli la medaglia d’oro come in una specie di “beh, ormai l’ho fatto”. È altrettanto buffo che super elastic bubble plastic chiami Ecommunist un giornale che osanna così tanto uno dei padri delle “privatizzazioni prima di tutto” e del “laissez-faire”, nonché del grande kolossal “il mercato è un brutto mostro, non dategli fastidio”.

    Cosa c’entrerà tutto questo excursus con quella bella foto di una strana pianta verde su sfondo blu ? Beh, una cosa che ha attirato la mia attenzione è un progetto intitolato Budgetary Implications of Marijuana Prohibition in the US, redatto a giugno 2005 da un professore di Harvard, tal Jeffrey Miron.

    Sulle prime mi faceva un po’ strano credere che Friedman potesse essere un grande endorser di un appello del genere, ma poi ripensandoci la cosa non era tanto strana.

    Il report è molto interessante e consiglio di leggerlo tutto a chiunque abbia a cuore il tema della regolamentazione delle droghe, almeno oltre il “che figo se legalizzassero la ganja in Italia”.

    Cosa ha di speciale rispetto ad altre cose che si potrebbero leggere in giro ?

    Beh, innanzitutto l’approccio: il primo punto porta subito alcune stime sui costi del “far rispettare la legge” negli USA, andando quindi dalla polizia alle spese legali, verso il sistema carcerario. In effetti nessuno penserebbe che se non esistessero gli spacciatori perché magari qualcuno potrebbe anche pensare di coltivarsi l’oppio in casa ( e, nel caso, lo spaccio fosse punito in modiimbarazzanti, come un numero ridicolo ( venti ? ) di anni di galera, in modo da far capire allo spacciatore che il gioco non vale la candela ), non graverebbero sulla collettività spese inutili come “cani antidroga” perché anche solo il fatto che una parte di tasse va in cibo per quei brutti animali fa abbastanza sorridere. Inoltre sparirebbero gli omini della Guardia di Finanza dagli aeroporti ( che risparmierebbero complessivamente svariati milioni di euro l’anno ) e da altri posti chiave. Poi, appunto, c’è la questione “carcerati”, e la questione “processi”. La stima dell’eventuale risparmio dal solo lato “law enforcement” nel 2000 negli USA si aggira, secondo Miron, intorno ai 5 miliardi di dollari ( cinque volte il fatturato lordo nei cinema del terzo episodio del Signore degli Anelli ). 5 miliardi per un solo anno, non è male.

    Miron inoltre considera la spesa federale separatamente, e ai cinque miliardi va aggiunta dunque un’altra somma, comunque minore. Per il 2002 ne sono stimati circa 2.5, quindi si può dire tranquillamente che non essendoci ragioni particolari per parlare di crolli o di boom dei consumi la spesa totale annua potrebbe fluttuare fra i cinque e i dieci miliardi di dollari.

    Il secondo punto riguarda invece “come lucrare sull’erba”. In effetti sanno tutti che in Italia è piuttosto difficile trovare la marijuana ( non l’hashish ) a meno di 10€ al grammo, mentre invece basta avere un listino di qualsiasi coffeeshop di Amsterdam per vedere il pienone di varietà fra i 6€ e i 9€, che avrebbero forse bisogno di una contrazione, paragonando il costo della vita olandese a quella italiana. Ovviamente si trovano anche moltissime varietà che vanno ben sopra i 10€, ma non facciamo tanto i raffinati. Il discorso mostra che non solo una legalizzazione diminuirebbe la spesa per il consumatore ( per gli USA è stimata una riduzione del 20%, da ~10 a ~8 miliardi di dollari ), ma produrrebbe introiti dalla tassazione della merce.

    Inutile addentrarsi nelle cifre esatte perché non sono immediatamente “trasferibili” al caso europeo, e anche essendolo non significherebbero nulla. Fatto sta che la stima finale degli introiti che si avrebbero da una tassazione della marijuana pari a quella del tabacco o dell’alcool negli USA raggiunge quasi quello che viene speso per “far rispettare le leggi”, dunque circa sei miliardi di dollari, e sommando tutte le varie cifre, eliminando le spese e aggiungendo questi ricavi si nota molto facilmente che il guadagno è enorme. Senza contare ovviamente un boom che potrebbe essere rappresentato dal turismo ad hoc come è inevitabilmente successo in Olanda.

    Tutto questo ovviamente esclude qualsiasi tipo di moralismo da chierichetto seienne che piagnucola oscenità come “lo Stato non può vendere morte” o “la droga fa male”. Fortuna che è grazie a questo tipo di persone che esiste il fanatismo religioso, fra armate rosse che sgozzano le armate blu ( o vice versa ) e le armate gialle che si fanno saltare in aria in territorio viola, perché se non ci si ammazzasse per motivi stupidi il TG2 non avrebbe nulla da mettere fra una figa e l’altra.

    Sarà che non mi frega proprio niente di eventuali ripercussioni sulla salute che tutto ciò possa avere, poiché non mi pare che ci si faccia scrupoli sul tabacco, però ogni buco è una potenziale trincea e siccome la mafia non fa tanti passi indietro e attualmente non piove oro in quasi nessun Paese occidentale sono mediamente sicuro che un giorno nei prossimi decenni questo problema si presenterà alla porta col suo sorriso a 64 denti, ed è scandalosamente ironico avere una possibile soluzione già a portata di mano.

    Forse su questa visione globale io e Friedman non siamo poi così diversi. Chissà, magari saremmo anche potuti essere amici.

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