seppuku da oggi senza popups!
  • Scritto il 9 gennaio 2009 in Banane, Cultura

    Fra una dimenticanza e l’altra penso di essermi perso il litigio del secolo. O forse solo dell’inizio 2009, mi confondo spesso.

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    Ho scoperto solo oggi che il concerto di Natale in Senato, posto che è solito ospitare grandi intenditori di musica classica quali Roberto Calderoli e Sandro Bondi, “ha avuto come protagonista” il nostro affezionatissimo Giovanni Allevi.

    E come ogni grande occasione in cui si parla di Allevi, il grande orco dell’informazione ha aperto la gabbia e ha liberato i troll. Il primo, di successo, è il maestro Uto Ughi, lo stesso Uto Ughi che nel 2002 lanciò uno sproloquio in qualità di nonsicapiscebencosa sullo stato in cui era ridotta la musica classica in Italia. Dopotutto anche super elastic bubble plastic è un Cavaliere della Repubblica, per quello che vale.

    Facciamo una spassosa parentesi. Allevi farà 40 anni quest’anno ed è considerato un “giovane” nel mondo della musica: una banale ricerca su internet mostra che moltissimi grandi del novecento ( Berio, per dirne uno ) hanno prodotto molto già prima dei trent’anni.

    D’altro canto, Ughi ha avuto da dire la sua, nel caso qualcuno ne sentisse il bisogno. Cito:

    Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze.

    Povero piccolo, forse ha un po’ di invidia perché in effetti le orchestre pagano poco, se non vendi tanti dischi; e dire che un po’ ha ragione. In effetti non ci vuole molto a capire che i pezzi di Allevi sono tutti uguali, che la complessità compositiva è un continuo copiaincolla, e così via, ha un po’ rotto il cazzo, lo sappiamo tutti.

    Il problema sta proprio nel tipo di critiche che il Maestro Ughi rivolge ad Allevi, e nella sua pagina su Wikipedia.

    Un noto non-compositore taccia di “mancanza di originalità” un compositore autoproclamato; Ughi non ha composto niente di rilevante: in compenso, da bravo magnate del sistema delle Scuole di Musica italiane, sembra divertirsi molto a sproloquiare sulle tecniche esecutive e compositive di chicchessia, come se avessero una qualsiasi rilevanza; l’amara realtà è che Allevi riempie continuamente le sale di personaggi di tutti i tipi ( splendido, ora anche parlamentari ! ), persone che – dementi o meno – vanno ad ascoltare i suoi pezzi e sentirlo suonare. Che al non-compositore piaccia o meno, la platea di Ughi è in gran parte composta da tre tipi di persone.

    • Cloni di Uto Ughi.
    • Ricchi Over 40 che vanno al teatro perché andare al teatro rientra negli obblighi morali del Ricco Over 40.
    • Parenti di chi sta sul palco.

    È ovvio che la notorietà dell’artista e il prestigio della sala variano un po’ le percentuali dei tre tipi suddetti.

    Non ho granché voglia di analizzare le critiche ( se le vuoi te le puoi sempre leggere ), però alcune sono divertenti.

    • Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è “anche” un compositore [ Ughi non si cura del fatto che comporre è una cosa fondamentale per il successo di un musicista ]
    • Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi
    • In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio

    Oh.

    Detto ciò, mi piacerebbe chiedere a Uto Ughi se sa per quale motivo io non ho mai visto in nessun “teatro autorevole italiano” un cazzo di concerto di musica classica contemporanea. Guardando le varie stagioni si vedono solo concerti che si trovano di sicuro nelle migliori edizioni possibili in DVD. Possano anche dirmi che i grandi non fanno tournée, a quel punto allora sono ben contento di tenermi i DVD e lasciare il teatro a Ignazio La Russa.

    La cosa ironica è che queste cosucce non sono state dette da un vecchio violinista rincoglionito che vive nei boschi e ha arrangiato tutte le fughe di Bach su una corda sola, ma da un Accademico di Santa Cecilia, che ha anche occupato diverse serate in RAI a poter dire più o meno tutto quel cazzo che gli pareva, che ha un sito internet in cui si autoelogia in qualsiasi modo, sottolineando anche vari incarichi istituzionali.

    Non ho granché voglia di continuare, anche perché i vari fanboys stanno già combattendo a suon di commenti ( altrove ) da un bel po’ di tempo.

    Tuttavia per quanto non sia il fan #1 di Allevi ( di sicuro manco il fan #1,000,000 ) è troppo facile fare un po’ di sano bashing parlando di tecniche compositive ed esecutive, cose delle quali al pubblico di persone medie non può fottere di meno; dopotutto sembra un po’ di tornare quindicenni e sentire i metallari puzzoni che recensivano l’ultimo “lavoro” ( così lo chiamavano già da piccoli ) degli Stratovarius.

    Ricordiamo sempre che fra chi accusa di superbia e di scarsa tecnica Giovanni Allevi ci sono le stesse persone che supportano un sistema che proibisce l’ingresso nelle sale a chi non ha l’abito adeguato: hai ragione, Maestro Ughi, in Italia prevalgono sempre le apparenze, soprattutto a teatro.

    Fortunatamente anche Il Giornalino ha da dire qualcosa, sfruttando il successo del concerto di Natale per parlare dei ratings del governo. Ah, grande politica …

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  • Scritto il 10 ottobre 2008 in Banane, Cultura, Riflessioni

    Si parla abbastanza di “riforma scolastica” e “riforma universitaria” ultimamente, grazie alla MILF bresciana ministro per caso, e degli svariati provvedimenti che riguardano i due campi indirettamente, sulla carta. In realtà molti provvedimenti “indiretti” sono ben più espliciti di quanto non sembri, però non ce ne si è accorti tutti.

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    Non posso astenermi dal commentare le news, anche se per ovvie ragioni non parlerò della riforma scolastica, ma solo dei provvedimenti che toccheranno l’Università.

    Prima quelle divertenti: sembra che il livello di serietà di una protesta contro una riforma universitaria si misuri in modo booleano ( seria / non seria ) a seconda del fatto che un ateneo sia occupato o meno; ovviamente, per “occupazione” probabilmente si intende almeno un’auletta in tutta l’Università. Semplicemente ridicolo, non tanto l’occupazione, che può essere anche un’occasione divertente, ma il fatto che varie persone pensino veramente che “se occupiamo ci facciamo sentire”: su questo non c’è dubbio, ben diverso è invece far passare un messaggio critico o, semplicemente, un messaggio e basta.

    Passiamo alle cose serie. La “riforma universitaria” non esiste, nel senso che questa per cui la gente sta protestando non è la riforma universitaria, perché tutto ciò che la riguarda è compreso in una lunga serie di provvedimenti che riguardano la Pubblica Amministrazione ( legge 133/2008 ) sulla quale la Gelmini non ha giurisdizione – certo, un Ministro dell’Istruzione serio avrebbe posto qualche problema a riguardo, ma sappiamo bene cosa è la Gelmini. Sull’Università si può separare la questione in due punti.

    La prima riguarda i tagli, e ce la si sbriga facilmente. L’articolo 66 della legge è praticamente inconsultabile, perché è costituito da una serie di abrogazioni, ratifiche, modifiche e chissà cosa di altre leggi che bisognerebbe andarsi a leggere per capire bene cosa stia succedendo, fatta eccezione per il comma 13, in particolare per la parte finale.

    L’autorizzazione legislativa [...] concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e’ ridotta di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.

    Il “fondo per il finanziamento ordinario” ( FFO ) è il principale barile da cui attinge l’università statale. La cosa più veloce che uno può fare è dire “ommioddio quasi 500 milioni al 2012 !”. È una gran cazzata da fare perché per lo meno sarebbe interessante vedere quanto hanno tolto rispetto a ciò che c’è già. Non ci crederete ma non è una ricerca facile per nemmeno per chi ( come me ) non è ferrato in materia ma più o meno sa usare Google, quindi mi ci son voluti due minuti.

    La Finanziaria 2007 ( ecco la fonte ) destinava circa 7 miliardi di euro al FFO, e per una volta non tagliò, ma diede, poco ( 170 milioni di euro ), ma già qualcosa. Questo vuol dire che non solo quasi tutto ciò che si diceva su Padoa Schioppa e l’Università era una gran cazzata, ma che comunque anche un taglio grossocome quello che parrebbe quelllo di 455 milioni per il 2012 non supera il 7%. Non è poco, sia ben chiaro, perché per come è messa l’Università italiana non è assolutamente poco. Non solo, non c’era nessun bisogno di tagliare ulteriormente i fondi all’Università, perché contrariamente a quello che possono pensare i ritardati della CAI, la questione Alitalia non è un’emergenza nazionale, perché perdere Alitalia vuol dire “perdere una compagnia aerea”, non “perdere un rene”, per cui tagliando i finanziamenti a determinati progetti di ricerca perché Alitalia ha fame non si fa una gran figura. Davanti a chi ? Bella domanda, infatti il governo non se ne cura, e andiamo avanti senza problemi.

    In summa: i ricercatori italiani sono pochi e sottopagati, le strutture universitarie fanno ridere, più che protestare l’unica chance è andarsene altrove visto che le persone di cultura in Italia sono più o meno come i negri: non sono benvenuti.

    Sempre riguardo alla questione prettamente economica ci sarebbe da aggiungere il blocco del turnover ( anche questo riguarda tutta la Pubblica Amministrazione ), per il quale “per uno che viene se ne devono andare cinque”, ed è il comma 7 dello stesso articolo 66:

    Il comma 102 dell’articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e’ sostituito dal seguente: «Per gli anni 2010 e 2011, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 523 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, per ciascun anno, previo effettivo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 20 per cento di quella relativa al personale cessato nell’anno precedente. In ogni caso il numero delle unità di personale da assumere non può eccedere, per ciascun anno, il 20 per cento delle unità cessate nell’anno precedente.

    Non si presta a strane interpretazioni. Per evitare ambiguità cito anche il comma 102 dell’articolo 3 della 244/2007:

    Per l’anno 2010, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 523, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono procedere, previo svolgimento delle procedure di mobilità, ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 60 per cento di quella relativa alle cessazioni avvenute nell’anno precedente.

    Bello, no ? Dal 60 al 20%, esattamente un terzo.

    Insomma, si taglia una discreta fetta del FFO, si divide per tre il turnover, aumentando così il rapporto docenti / ricercatori che era già da record ( negativo ) in Europa. Che fare ?

    Sul FFO non c’è soluzione, possiamo protestare quanto vogliamo, ma i soldi non ce li ridanno. Sul turnover invece le soluzioni sono due. La prima sono le assunzioni a contratto, che non sono state bloccate, esattamente quello che l’ex presidente del nostro Consiglio Didattico di Fisica riferì come “la via preferenziale”, perché è la classica cosa cui ci si può aggrappare quando quasi tutto è perduto. Il problema serio è che le assunzioni a contratto sono già abbastanza e siamo già in quella situazione d’emergenza: non si può riproporre la stessa soluzione alla stessa emergenza “amplificata”, perché quando si fa un buco nel tuo rullante della batteria ci puoi mettere il nastro isolante, quando se ne fanno 5 belli grossi probabilmente è il caso di pensare a qualcos’altro.

    La soluzione alternativa, che è il secondo dei due punti della protesta, è la “facoltà di convertire le Università in fondazioni“, articolo 16 della stessa legge ( 133/2008 ).

    Siccome io non ho preconcetti di sorta provo ad analizzare lo scenario che si prospetterebbe.

    Svariati commi della legge parlano di “come” il privato può entrare nel CdA dell’ateneo, e le modalità sono piuttosto liberali: le donazioni e gli investimenti hanno tassazione minima ( o nulla ), rimane ( ovviamente ) il controllo della Corte dei Conti e del Ministero dell’Istruzione, rimane il carattere non commerciale della fondazione, e così via.

    Tutto questo lascerebbe pensare che l’investimento privato, necessario per qualsiasi settore, sarebbe facilitato: perché dico che è necessario ? È presto spiegato.

    Supponiamo che io sia un Fisico, facoltoso imprenditore nel campo della Fisica dello Stato Solido, che è una cosa piuttosto realistica visti i progressi degli ultimi anni ( compreso il Premio Nobel 2007 ). Siccome ho bisogno di nuova tecnologia e sono interessato al progredire della ricerca, e non posso esclusivamente contare sulle forze che dispongo nella mia azienda devo farmi un giro in università: tuttavia voglio fare uninvestimento di un po’ di soldi per la ricerca in quel determinato ambito, che in questo caso è la Fisica della Materia, che implica, oltre al finanziamento di strumentazione e “le solite cose”, anche l’istituzione di nuovi contratti di ricerca, possibilmente a tempo indeterminato ( supponendo che la legge lo imponga ), nel settore FIS/03 ( che è appunto la Fisica della Materia ).

    Questo è un modo produttivo per finanziare i progetti non contando esclusivamente sul FFO che comunque non è assolutamente proibito che rimanga, perché il panorama ideale descritto è perfettamente applicabile ad un’Università pubblica, libera, e aperta. Il problema attuale è che questi investimenti sono abbastanza tassati, e probabilmente ( non ne sono sicuro ) non è possibile essere così specifici, perché si potrebbe correre il rischio che i miei soldi poi vadano a spalmarsi su altri settori “bisognosi” ma di cui non mi importa proprio niente: del resto i privati non sono solo quelli dell’industria elettronica, anche gli altri settori come l’editoria e i servizi hanno bisogno di “cervelli”.

    In qualche modo la conversione in fondazioni facilita tutto ciò, ma c’è un piccolo particolare che non abbiamo considerato in tutto questo discorso.

    L’Italia è un Paese in cui i reati finanziari sono un problema molto serio, più o meno nella misura in cui lo sono il conflitto d’interessi e l’ingerenza anti-meritocratica di personalità discutibili nelle posizioni di potere. La conversione dell’Università in “fondazione” è approvata con la maggioranza assoluta ( 50% più uno ) all’interno di una riunione del Senato Accademico. Per quanto riguarda Pavia si tratta di, contando tutte le presenze, 16 persone: sedici che decidono più o meno le sorti di 25,000 fra studenti e staff.

    Cosa mi tutela da un’eventuale bancarotta ( fraudolenta o meno ) della fondazione ? Cosa garantisce a me l’erogazione, da parte dell’Ateneo, del servizio di qualità per cui pago ? Non ci sono tutele o garanzie da questo punto di vista, e non perché non ci siano le leggi – perché le leggi ci sono: non tutte, quali più, quali meno, ma ci sono – ma perché è l’esperienza italiana stessa della pessima gestione di impresa dalla DC ad ora che ce lo insegna. Se fallisce Parmalat non è un problema, se fallisce Cirio non è un problema, se però fallisce l’Università in cui sono iscritto oltre ad appiedare molte persone, si priva totalmente di quel determinato servizio una vastissima area geografica, e la cosa non è affatto scongiurata, notando che né il sig. Parmalat né il sig. Cirio hanno pagato qualcosa per i rispettivi crac.

    Tutto ciò senza considerare i “se” e i “ma” dovuti ai soliti preconcetti, quali “l’università per pochi”, trascurando il fatto che negli USA molti studenti dalle classi meno abbienti frequentano ( per merito ) atenei con rette stratosferiche, cosa che qui in Italia raramente succede perché la libera professioneevade le tasse e fotte allegramente le dichiarazioni dei redditi distribuendo quindi male le borse degli enti per il diritto allo studio. Il problema non è dunque “di quelli che non si possono permettere le tasse”, perché non c’è nessun legame causa-effetto fra la conversione in fondazioni e l’aumento della retta, che può essere parzialmente smentito anche da un semplice ragionamento del tipo “A alza le tasse, molti studenti boicottano A, B mangia la foglia e tiene basse le rette, per cui i non-contenti di A vanno da B”: il problema è esteso a tutti, perché sappiamo come si comportano le imprese italiane, e non c’è molto altro da dire.

    Ci sarebbero altri problemi, come il criterio di selezione dei posti, perché finché ci sono i bandi pubblici obbligatori ( che già si aggirano senza troppi problemi ) va quasi tutto bene, e se ciò venisse meno cosa succederebbe nella Lombardia di Formigoni o nella Sicilia di Cuffaro ? Non solo, ma volendo fare di tutta l’erba un fascio nel caso di una eventuale fondazione universitaria nel meridione ritrovarsi un colluso che la dirige non sarebbe il massimo della figata. Non so bene se questi esempi ( esattamente come l’esemplare caso Alitalia ) possano essere considerati come sinonimo di “libera concorrenza”, ma credo proprio di no.

    Concludendo, è bene leggersi un po’ le leggi in materia e capire cosa effettivamente ci sia che non va, piuttosto che indossare magliette colorate e iniziare a protestare “tanto per”. Spero di essere stato esauriente e di non aver detto troppe cazzate.

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