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un blog liberista-
Saranno mesi ormai che il governo “sta per cadere”, vale quasi la pena di fare la cronaca giornaliera sulla Smemoranda.
Certo, in tutto ciò si potrebbe parlare di quanto sarebbe bello che “il mafioso di Arcore” – come diceva Bossi quando ancora poteva dire “ce l’ho duro” – si levasse dal cazzo, ma dopotutto manco i suoi avversari lo vogliono, per cui nello spirito della denigrazione delle minoranze ci sono un po’ di considerazioni altrui sulle quali vale la pena di riflettere.
La prima è in questo articolo; no, non il pippone su Zingaretti, quello che mi interessava è questo:
I leader del Pd potrebbero riattivare per un attimo le loro attività cerebrali, senza esagerare s’intende, e porsi una domanda semplice semplice: che senso ha seguitare a blaterare di governi tecnici, balneari, istituzionali, “di responsabilità” e altre ammucchiate politichesi? Che senso ha mostrarsi atterriti e tremebondi all’ipotesi di votare, dando l’impressione di aver già perso e di voler cacciare B. con manovre di palazzo, a tavolino, “a prescindere” dagli elettori? Un conto è la legittimità costituzionale di un governo diverso, che è fuori discussione: il fatto stesso che Cicchitto e Schifani dicano che non si può è la miglior prova che si può. Un altro conto però è l’opportunità di farlo. Certo, se in Parlamento esistesse una maggioranza pronta a rifare la legge elettorale per restituire il voto ai cittadini e a risolvere il conflitto d’interessi per levare tv e giornali a B., varrebbe la pena provarci.
A riprova di come questo discorso non sia troppo popolare ci sono un paio di elocubrazioni farneticanti ( ah, come piacerebbe cotal linguaggio all’autrice dell’articolo del precedente post … ) di Franceschini, come questa:
E poi perché di fronte ad una situazione di emergenza scatterebbe una risposta straordinaria e di emergenza da parte di tutta l’opposizione: [...] la nascita di una alleanza costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no.
Ah, la “risposta straordinaria”, meglio della doomsday machine del dottor Stranamore.
Nel discorso include Casini, che sa così bene quanto si sta male a stare con Berlusconi poiché ci è stato assieme per cinque degli ultimi dieci anni, senza interruzioni, ed effettivamente era visibilmente provato da questa terribile esperienza, così come lo era il suo portafoglio.
Più che “un’alleanza con chi ci sta” e simili creature mitologiche piacerebbe a tutti capire chi entrerebbe in sto cazzo di governo tecnico “per la legge elettorale” – e quale parlamento lo sosterrebbe. Lungi da me essere troppo distruttivo, il resto dell’intervista non è male. Certo, certe cose poteva anche dirle quando era leader del PD, ma forse ha fatto bene per cautela, dopotutto all’epoca c’era Rutelli che poteva offendersi.
La seconda considerazione va più in là, ovvero è un tentativo di risposta a “che cazzo facciamo se cade il governo?”; ovviamente è solo una parte della risposta, riguarda l’economia, ma in particolare lo scudo fiscale e i redditi da capitale. Nel primo caso si parla di un aumento dal 5% al 10% dell’aliquota, che vista la pressione fiscale in Italia ( oltre il 40% ) e visto che lo scudo fiscale è un “condono per evasori”, un rialzamento al 10% è un’idea veltroniana, ma d’altra parte se avessero imposto il 40% tanto valeva tenersi i soldi in Liechtenstein. Nel secondo caso si parla di qualcosa di simile, ma come dice qualcuno viene un po’ difficile pensare che in un sistema finanziario a crescita zero come quello italiano i redditi da capitale siano una gallina dalle uova d’oro – e tassarli ulteriormente potrebbe avere l’effetto opposto.
Fassina apre l’articolo dicendo “chiariamo subito, il PD non teme le elezioni anticipate”, però oltre a deliri da oppio tipo “apertura all’UDC” e “un governo per le grandi riforme” sarebbe bene vedere da prima dell’apertura della campagna cosa ha il centrosinistra da mettere nel piatto in materia di welfare, di economia, di ricerca e di svariate altre cose perché io non l’ho ancora capito.
Oltretutto sarebbe bene farlo in fretta visto che gli ex nostalgici di spuma e olio di ricino hanno già iniziato il calciomercato.
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La scuola italiana ha molti problemi, e farli risolvere da un avvocato – neppure troppo bravo – è più inutile che farli risolvere da un prete e un gruppo di fedeli che preghino.
In realtà parlare dell’incompetenza della Gelmini ( e dei suoi collaboratori ) è peggio che sparare sulla croce rossa, e infatti la notizia della “pagella elettronica” è un po’ la solita fantastica innovazione tecnologica perché i giovani del governo ( tipo Brunetta ) sono avanti, mica come gli altri che scrivono ancora sui papiri.
Una cosa buffa a riguardo è un articolo del Fatto che ne parla. Il titolo è “Ci mancavano i voti elettronici”; è vero, non potevamo farne a meno.
Perché nello statuto professionale di un docente italiano non è prevista – se non in apparenza – una competenza tecnologica culturalmente significativa? La colpa è della modernità. Moderno è bello. Slogan che ha segnato molti mutamenti – non sempre positivi – negli ultimi anni e sostenuto radicali abiure rispetto al passato, non sempre necessarie. La modernità è suggestione irresistibile, a cui – con consapevolezza ed elaborazione – rispondono nella storia del pensiero le menti più brillanti.
Questo incipit sarcastico fa un po’ rabbrividire, e ricorda un po’ certa propaganda ambientalista “contro il progresso ad ogni costo perché il progresso è male”. E la prima riga non l’ho manco capita …
Da qualche tempo, però, questa parola, ricca di implicite ed esplicite fascinazioni culturalmente sofisticate, si è involuta in una sorta di automatico “bollino” di positività; perdendo – allo stesso tempo – il senso di paradigma e indicatore di processi culturali complessi e significativi. Vittima di questo uso (e abuso) di un termine dal pedigree sontuoso è la scuola.
Altri brividi, e un sacco di parole complicate. Molto dramma e molto pathos, inizia a piacermi. C’è persino un bel “politiche intrise di entusiasmi neoilluministi” ! Finalmente arriva una riga con qualche contenuto:
Si è assegnata, insomma, valenza positiva in sé all’ingresso dei Pc e a infatuazioni per i totem tecnologici del momento (ultimo annuncio, con il plauso dei media, la pagella digitale, quando per l’Istat Internet taglia fuori 4 famiglie su 10).
Ovviamente la cosa rilevante è quella che non è enfatizzata, ovvero quella fra parentesi: innanzitutto assumo che “Internet taglia fuori 4 famiglie su 10″ voglia dire che “4 famiglie su 10 non dispongono di una connessione ad internet, però la cosa si presta a varie interpretazioni. Ne vedo tre possibili: 1) un fatto al quale dobbiamo arrenderci, 2) un problema da risolvere, 3) una barriera che separa classi sociali. Ho la sensazione che nell’articolo la più attinente sia la 3, anche se la 1 è molto simile.
Ma notevoli investimenti economici non sono stati sostenuti da un analogo disegno culturale, che rendesse questi “moderni” oggetti valore aggiunto significativo per processi cognitivi degli studenti e intenzionalità didattica degli insegnanti. Il vero risultato è una “nuova frontiera” demagogica. Punta di diamante, la famosa “scuola delle 3 i” di Moratti: Internet, Inglese e Impresa (sic!). Fiumi di soldi sprecati e acquisizioni modeste da parte dei docenti, formati con criteri “addestrativi”, in gran parte recalcitranti a servirsi del potenziale dell’inserimento delle tecnologie nella didattica. Pochi coloro che escono con un po’ di intraprendenza esplorativa dalla dimensione del fare pur che sia (che ha creato l’opinabile figura dell’esperto in ogni scuola) verso quella del verificare sperimentando. Molti ignorano l’opportunità epistemologica costituita dalle rappresentazioni del mondo che le tecnologie digitali di comunicazione inverano e sulle quali costringono a riflettere. Un uso consapevole e culturalmente significativo avrebbe invece potuto rappresentare un’alternativa all’immobilità del sistema scolastico, sottoponendo i saperi a operazioni esplicite, ma concettualmente complesse.
Questo passo è meraviglioso. Locuzioni come “intraprendenza esplorativa” e “opportunità epistemologica costituita dalle rappresentazioni del mondo che le tecnologie digitali di comunicazione inverano” sono pura dolcezza per la vista. Era un po’ che non sentivo anche la parola “recalcitrante”. Anche qui non capisco bene il contenuto, e non capisco quale sia nel 2010 l’opportunità epistemologica rappresentata da un computer o da un file pdf con su scritti i voti di uno studente.
Cerco di tradurre. È vero che sembrerebbe esserci una malsana ipocrisia di fondo da parte di chi con una mano non fa altro che tagliare ciecamente i finanziamenti pubblici all’istruzione, mentre con l’altra sdogana strumenti tecnologici. D’altra parte però la pagella digitale della Gelmini è anch’essa un taglio, visto che se la pagella non è cartacea i soldi per la stampa sono risparmiati, per cui questa manovra è piuttosto coerente con tutto il progetto. Certo, uno potrebbe anche farsi ingannare dal fatto che “ah, finalmente abbiamo un programma di taglio della spesa pubblica”; in realtà come molti sanno molte istituzioni scolastiche cattoliche hanno avuto un aumento del finanziamento pubblico, per cui evidentemente la lotta agli sprechi è una cosa molto relativa.
Tra grida e annunci, nessun vero spazio per affiancare altri modelli (frutto della metabolizzazione culturale di tecnologie alternative e plurali) alla preesistente e univoca architettura, emanazione di un’unica tecnologia, il libro tradizionale. È la scuola del cartaceo, in cui le fotocopie – grazie ai tagli – stanno diventando merce rara. In cui i docenti, arroccati nei saperi disciplinari, ignorano spesso la differenza tra mappa mentale e concettuale, continuando a chiamare “tesine” lavori privi di sintassi dichiarate, che gli studenti sono costretti ad elaborare e discutere – spesso con reciproca inconsapevolezza – in occasione della maturità. [continua]
Anche qui, parole lunghe mediamente dieci lettere, un piacere per la leggibilità. Cosa vuol dire che le robe che vengono chiamate “tesine” sono “privi di sintassi dichiarate” ? Personalmente dalla mia esperienza posso dire che si passa anche troppo tempo a preparare il tema di maturità, e che anzi, molto spesso il problema non ha nulla a che vedere con l’elaborazione e la discussione, quanto la conoscenza intrinseca di determinati argomenti o le abitudini extra-scolastiche; uno che non ha mai letto un articolo non ha problemi a scrivere “fegato spappolato” in un tema di preparazione alla prima prova di maturità ( è successo davvero ), anche avendo davanti stralci di articoli da cui volendo copiare il registro.
Per il resto manco io so la differenza fra “mappa mentale” e “mappa concettuale”, è grave ?
[segue] In cui si propagandano e-book dall’identità culturale indefinita, da usare in aule quasi prive di prese di corrente. In cui l’etichetta-alibi “burocrazia” ha impedito a molti docenti di scaricare i regolamenti di una “riforma” cui si andrà incontro avendo orecchiato notizie di terza mano, senza consultare fonti immediatamente disponibili. Rete e digitale potrebbero invece essere non solo semplificazione procedurale, ma strumento di emancipazione, democrazia e informazione, come dimostra il fatto che articoli come questo sono sui principali siti dedicati alla scuola 24 ore dopo la pubblicazione. La centralità di lavagna di ardesia e gesso è forma mentis che, senza un progetto culturale, non può essere sconfitta da acquisti di computer, celebrazione di e-book, seduzione digitale delle Lim. Continuiamo pure con la pedo-demagogia.
Pedo-demagogia?
Il tono apocalittico di questo passo è frustrante, soprattutto nell’urlo primitivista sull’identità culturale “indefinita” degli ebook. Come se il “blog” come tale sia un qualcosa dall’identità culturale definita. Anche la faccenda della “centralità della lavagna di ardesia e gesso” è puro vintage, per altro neppure troppo autentico perché molte poche discipline umanistiche hanno una didattica che richiede lavagna e gesso, e questo gli studenti universitari lo sanno bene.
Nella scuola tagliata di 8 mld, in cui 140.000 di noi non troveranno più posto, in cui – a un mese dall’inizio – non si hanno certezze sugli organici, con le aule tinteggiate dai genitori, la scuola dell’Eternit e dell’amianto non bonificati, della carta igienica a pagamento, Gelmini tenta di distrarci con l’ultimo golem della modernità: la pagella elettronica. Su cui digiteremo le cifre di un minimalismo culturale perseguito con ostinazione.
Le grand finale, si risponde alla demagogia con un sacco di urla di battaglia, tanta demagogia e una punchline da Victor Hugo.
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Scritto il 21 luglio 2010 in Cultura, Riflessioni, Scienza
Se il post precedente parlava dell’illusione che leggere un giornale dia una panoramica reale sugli eventi, non c’è voluto molto per avere una piccola conferma.
Lungi da me fare di tutta l’erba un fascio, ma un articolo che titola “Newton si è sbagliato
la gravità non esiste” fa venire qualche dubbio esistenziale su come Repubblica monitora le notizie scientifiche.L’incipit dell’articolo è questo:
La teoria degli universi paralleli funziona anche come una metafora letteraria e ci sono tre modi per raccontare questa storia. Nella prima versione un ladro nel Sud della Francia fa sparire computer, passaporto e carta di credito di un celebre scienziato. La seconda versione racconta la vita di due gemelli monozigoti la cui vita procede perfettamente identica, fino a un divorzio che spezza l’armonia. La terza storia ci rivela che la teoria della gravità di Isaac Newton è un’illusione. Quest’ultima ci porta alla scoperta dell’universo “olografico”, della “teoria delle stringhe” e altri termini esoterici, misteriosi e affascinanti. Nonostante le apparenze è più facile partire dalla fine.
La questione della “metafora letteraria” gliela passo per esigenze stilistiche, ma la faccenda delle tre storie è abbastanza incomprensibile. Volendo estrapolare, si capisce che Repubblica ha afferrato il concetto di “crisi della fisica classica” con un centinaio di anni di ritardo, e volendo invece difenderli si può dire che questo concetto non è chiaro a molti, visto che appunto “la legge di Newton si fa anche al Liceo e nessuno dice che è sbagliata”.
In realtà il discorso non regge più di tanto, ma peggiora, tirando fuori le varie interpretazioni delle teorie delle interazioni fondamentali a scapito della povera gravità, che non è mai piaciuta a nessuno. Attenzione, è importante sottolineare che la questione di “molti mondi”, “ologrammi” e “universi paralleli” è puramente interpretativa e speculativa ( i.e. sono chiacchiere ) perché troppo spesso si lesinano questi concetti a profani o a studenti all’inizio facendogli pensare che i Fisici studino modi per comunicare con gli alieni i con i parenti morti.
L’abbandono di Newton era già stato anticipato dalla relatività di Albert Einstein ma ora avviene una rottura ancora più radicale. Un celebre fisico matematico olandese-americano, il 48enne Erik Verlinde che ha già legato il suo nome alla “teoria delle stringhe” (la supersimmetria negli universi paralleli), sta agitando il mondo accademico degli Stati Uniti con una serie di conferenze in cui fa a pezzi la teoria della gravità. Da Harvard a Berkeley, i colleghi scienziati lo stanno prendendo molto sul serio. La sua nuova visione infatti può gettare una diversa luce su alcuni dei grandi temi della fisica contemporanea: la cosiddetta dark energy (energia oscura), una sorta di anti-gravità che sembra accelerare l’espansione dell’universo, o la “materia oscura” che ipoteticamente tiene unite le galassie.
Anche qui “la supersimmetria negli universi paralleli” è una descrizione insensata, inutile e priva di significato, sarebbe stato più corretto ( e più umile ) parlare di “una teoria che si propone di unificare tutte le teorie fisiche”, oltretutto si sminuiscono persone come Edward Witten e Shing-Tung Yau che hanno legato forse meglio il loro nome alla teoria delle stringhe.
Il resto dell’articolo è uno sproloquio fricchettone su discorsi ( probabilmente divulgativi ) di Verlinde per giustificare alcune interpretazioni della teoria, e non si capisce un granché sul se e perché effettivamente Newton abbia sbagliato.
In realtà tutto il discorso è qualcosa di ben noto nell’ambiente, e riguarda molti maldestri tentativi di unificazione della gravitazione col resto della fisica conosciuta, un’impresa che è tanto interessante quanto disperata, e rimane tutt’ora ( pur coi vari spiragli offerti da teorie più o meno recenti ) un problema aperto, tanto che il fatto che Newton si fosse sbagliato è noto da più di cento anni, mentre per ora non si può dire tanto di più su quello che è venuto dopo.
Il problema serio a questo punto non è tanto che non abbiamo una teoria completa, dopotutto entrambe le teorie ( “macroscopica” e “microscopica”, per essere spiccioli ) funzionano a dovere nel loro ambito, o quasi; il problema è la proliferazione della speculazione filosofica a riguardo, dei molti universi o di chissà che altro, scambiando molte congetture e interpretazioni per “reali teorie”, e lasciando che gli epistemologi, da tempo disoccupati, tornino a versare fiumi di inchiostro a riguardo.
Come disse qualcuno, quando la fisica si stacca dall’esperimento diventa una “scienza malata”.
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Scritto il 14 luglio 2010 in Riflessioni
HEY YOU: da pressappoco 10 minuti il tuo blog preferito ha anche una versione mobile ! Cosa aspetti ? Collegati con uno smartphone col tuo piano tariffario preferito e peggiora la tua vista tentando di leggere i miei fantastici post, per altro ricchi di immagini coloratissime che ti rallegreranno dopo le bestemmie che lancerai contro la TIM per aver prosciugato il credito !
Faccio outing: non ho mai comprato un giornale in vita mia. Non che la cosa sia una questione di principio, ma non ho mai trovato molto senso per nessuno della mia generazione spendere un euro al giorno per 40 fogli dei quali ne leggerò al massimo 4, e probabilmente solo il primo giorno, per l’entusiasmo iniziale, che, inevitabilmente, è destinato a evaporare.
Ho avuto una discussione con un amico tempo fa riguardo alla differenza fra leggere un giornale e leggere le notizie sul web, e nonostante gli anni di differenza fossero meno di 20 ( in realtà meno di 5 ), il punto di vista che esprimeva era più o meno concorde al primo paragrafo di quest’articolo.
Probabilmente la mia poca voglia di argomentare aveva a che vedere con un esame imminente, ma mi ero completamente dimenticato di aver letto un articolo su un sito che frugo spesso; lungi da me dare l’idea che io sia un grande fan di certe robe: sono ben cosciente che una buona parte degli articoli di Reason hanno un umorismo peggiore di quello di Libero ( e anche un livello di arroganza comparabile, compreso il sopracitato ), ma tolti quelli molti altri sono a posto, così come è OK l’approccio che quella gente ha nei confronti del proprio lavoro.
In effetti l’articolo di Reason sembra una risposta anticipata di una decina di giorni all’articolo de La Voce. La prima tesi è questa:
Possiamo pensare che la perdita di copie della stampa tradizionale sia dovuta a quanti, consultando gratuitamente il sito on line del giornale, non trovano ragione per comprare il giorno successivo la copia? Una tesi poco convincente. Il formato delle notizie dei siti on line [...] è infatti più simile a quello delle news televisive: notizie brevi e concise senza approfondimento.
L’interpretazione che do a questo fatto è quella di un discorso “di media”, sul quale però avrei due osservazioni da fare. La prima è che l’autore sopravvaluta i lettori, ovvero c’è una sorta di assunzione che il lettore non sia uno che compra il giornale tutti i giorni per andare al lavoro per vedere se finalmente han messo sto cazzo di resoconto della Sagra del Carciofo, ma una persona che giorno dopo giorno è sempre più entusiasta di sapere tutto quello che è capitato nell’arco di 24 ore, chi è morto ieri, due giorni fa, l’anno scorso, e quali farmacie in centro sono di turno, non si sa mai che serva. In realtà dubito che sia mai stato così e dubito che lo sia, una buona parte dei lettori compra il giornale per abitudine, e azzarderei anche a dire che questa percentuale è più dell’80% dei lettori – altrimenti non ci sarebbe stato motivo per il New York Times di diminuire l’edizione cartacea. La seconda osservazione è che, tolti i necrologi e gli articoli sull’esistenza di una squadra di pallamano del mio vecchio liceo, il 95% delle informazioni presenti su un giornale o sono irrilevanti – evviva le foto dell’estate ! – oppure sono reperibili altrove.
L’altra assunzione dell’autore dell’articolo è infatti che l’accesso ai canali informativi sia rimasto inalterato, dalla fine dell’ottocento ad ora. È vero che il sito di Repubblica ha “articoli sintetici”. È anche vero che tutti gli articoli che non riguardano l’Italia – anche del giornale cartaceo – sono inutili, perché esistono fonti informative ufficiali o meno di sicuro più attendibili di un giornalista che ormai quasi sicuramente ha attinto dalle stesse fonti. È capitato un paio di volte che questo blog anticipasse Repubblica su alcune notizie, e capita ogni giorno di ricevere aggiornamenti su twitter che gli omini di Repubblica agguantano ore dopo.
Esempi.
Chiunque voglia avere informazioni scientifiche non legge un giornale; non esistono giornali con una pagina scientifica degna di questo nome, per cui i possibili lettori si dividono in due categorie: quelli che ci lavorano, e quindi hanno accesso a riviste specializzate, e i “profani” che si accontentano delle sintesi, e se ne possono trovare di quanto e più valide di quelle di un giornale cartaceo facendo una banalissima ricerca su Google.
Chiunque voglia avere informazioni sugli eventi culturali passati, presenti e futuri non ha senso che compri un giornale, perché quasi tutte le mostre, i concerti, etc., sono organizzati da persone che vivono nel 2010 e hanno un sito web: per quale motivo le notizie su un giornale cartaceo dovrebbero essere più affidabili della fonte ufficiale ?
Esempi analoghi se ne possono trovare a volontà, dagli articoli di economia – molti economisti di rilievo hanno un blog – alle news tecnologiche, e in particolare è abbastanza buffo e anacronistico pensare di cercare notizie adeguate sul Corriere ( Ars Technica è di sicuro meglio ).
L’articolo di Reason citato fornisce un’analisi compiuta da due giovani stagisti obbligati a trovare questo genere di cose per ogni sezione di un numero a caso del New York Times, per cui se non ci credete dateci una lettura – ma in ogni caso se non ci credete siete proprio degli stronzi.
Il secondo punto – siete solo al secondo punto di questo post, è tornata la grafomania ! – è un giornalista che piagnucola sul futuro della sua professione, cito:
Notizie semplificate e veloci [...] possono trovare visitatori solamente se diffuse gratuitamente. Perciò i siti on line, per questa componente di contenuti, non possono riuscire a raccogliere ricavi dai lettori; [...] il mondo di Internet, pur destabilizzando gli attori tradizionali, non ha ancora risolto compiutamente i problemi legati all’equilibrio economico dei siti.
È un po’ il solito discorso del produttore di clave che si lamenta perché i fabbri gli han fatto chiudere bottega. Se una notizia è “semplificata e veloce” vuol dire che non ha avuto costi di fabbricazione così elevati da doverne assicurare un profitto minimo, per cui il discorso in sé fa un po’ ridere; d’altra parte vengono citati gli esempi del FT e del WSJ che sono testate “di interesse per gli investitori”, che quindi sono disposti a sborsare.
Volendo fare gli stronzi, il consiglio pratico implicito sembrerebbe essere “cominciate a parlare di speculazione facile così riuscite a vendere”; in realtà appunto è un problema che non esiste, perché la stampa specializzata è viva e vegeta; l’unica che perde è quella “del quotidiano che parla di tutto di più”, e tolte le rare inchieste “serie” – Il Fatto ne fa diverse ed è anche per quello che vende – il lavoro dietro uno di quei vari quotidiani non è più tanto “vendibile” quanto lo era un tempo, per cui viene davvero da dire “se veramente amate i giornali lasciateli andare”.
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La liberalizzazione delle frequenze telefoniche in Italia ha avuto l’effetto sperato: i provider mobili sono diventati delle enormi lobbies che possono ( devono ! ) condizionare praticamente tutte le decisioni in materia di telecomunicazioni.
In realtà è una piaga che colpisce tutto il mondo. L’ironia della faccenda è che benché il progresso abbia portato una valanga di tecnologie potenzialmente low-cost, queste spesso vengono gonfiate e vendute a peso d’oro. È abbastanza manifesto che l’Italia – ma buona parte del mondo occidentale – abbia perso il treno per venire riempita ora di fibra ottica, ma ciononostante vengono richiesti investimenti spropositati e inutili nei confronti di una tecnologia che è piuttosto difficile migliorare.Mi spiego, la connettività via cellulare ha avuto un’evoluzione spropositata, ma richiede un sacco di manutenzione per come è progettata. In soldoni, “la rete è una sola e se ci sono troppe persone connesse va in congestione”. Questo ovviamente non succede nelle reti WiFi anche enormi – come quelle universitarie o quelle di grossi uffici – perché in generale ogni AP ha meno di 100 utenti per volta, spesso molto meno.
Nonostante tutto internet sugli smartphone costa tanto, perché le offerte “base” sono soldi buttati per chi non lo usa di frequente – uno sguardo su Google maps, una email urgente -, mentre quelle meno base sono care. A cosa si deve tutto il traffico della rete mobile allora ? Alle chiavette del cazzo che non servono praticamente a nessuno – l’ADSL costa meno ed è più affidabile – ma le comprano tutti perché John Travolta è grasso e non sa l’Italiano, e quindi è troppo yeah.
Il problema ovviamente è che la DSL è cablata mentre la copertura mobile è “dove prende il cellulare”; però è anche vero che la DSL è “affidabile” mentre la rete mobile congestiona – che è quello che sta succedendo – quindi la soluzione sembra essere altrove, anche perché se è necessaria più banda per ampliare un servizio già costoso mi viene difficile credere che coi dispositivi mobili di nuova generazione ( l’iPad, per dire ) non aumenti la domanda di banda e non si ritorni al punto di partenza.
Un problema affine sul quale lo Stato non interviene1, anzi, la legge Gasparri, fra le varie, lo aggrava, è la possibilità di creare reti WiFi decentralizzate il cui unico costo, oltre alla manutenzione della rete, è l’affitto dello zoccolo che è il vero e proprio accesso ad internet, e se il prezzo rispecchiasse un bilancio dei costi ( piuttosto che una decisione condizionata dal monopolio ) non sarebbe confrontabile con quello che chiede un qualunque gestore mobile. Il problema della congestione non esisterebbe, chiaramente, perché ogni nodo sarebbe autonomo.
Un tempo ovviamente una cosa simile era mitologia perché era impensabile cablare ethernet condomini interi per poter offrire “quasi gratis” la connessione internet a chi ci viveva, ma ora distribuire la banda grazie al WiFi è la cosa molto favorevole a corto raggio, e varie altre tecnologie ( WiMAX, WiBro, HiperMAN ), per il lungo raggio, sono già state sperimentate – o attive – altrove. In particolare il WiMAX è una delle poche battaglie ragionevoli dei grillini, perché per quanto come tecnologia al momento faccia un po’ cagare non è che lo Stato debba per forza regalare frequenze a gente che ne ha già abbastanza – e non manifesta interesse in quel campo.
Non me ne vogliano Vodafone e soci, ma se la gente che va su facebook dall’iPhone rompe il cazzo ai loro utenti business potrebbero sempre rivedere un po’ il marketing …
_______________- mentre invece si pensa di fare “investimenti” per favorire alcuni privati, che non è una liberalizzazione ma è Forza Italia
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Criticare il PD è un po’ come aprire il fuoco con un kalashnikov in un pollaio, ma a chi non piace vincere facile …
Ci sono stati un po’ di buffi avvenimenti di recente, e tutti hanno avuto reazioni non meno buffe.
Il primo avvenimento è che grazie al governo del “meno tasse per tutti” che ha problemi con le quattro operazioni da ragioneria la pressione fiscale è salita ulteriormente. No, non è questo il primo avvenimento, il primo avvenimento è che il governo del “meno tasse per tutti” e degli imprenditori prestati alla politica – ehi ma non erano così anche i capoccia delle imprese statali nell’URSS ? – ha deciso che era urgente aggiungere un nuovo ministero.
Tutti si sono limitati a chiedere le dimissioni di tale ministro “perché era sotto processo”; come se fosse l’unico e il primo. Legittimo, per carità, ma nessuno s’è posto un problema come “ehi, che cazzo è il ministero del federalismo ?”, e magari “chi lo paga ?”. Certo, legittimo chiedere le dimissioni di un avanzo di galera, molto meno legittimo dire “Chapeau a Brancher” ( Bocchino ), come se un criminale fosse un esempio da seguire “perché almeno si fa processare”. Addirittura Repubblica lanciò un sondaggio “Brancher: dimissioni o processo?” come per legittimare il fatto che una cosa esclude l’altra.
Il PD s’è dato a un’orgia di commenti anche abbastanza gradevoli, a un giorno di distanza però da una grande dichiarazione di quelle “popolari” fatte proprio per prendere voti:
Commentando la proposta avanzata dal leader Udc Pier Ferdinando Casini nell’intervista a Repubblica per un “governo di larghe intese”, Enrico Letta precisa che per il Pd “una preclusione c’è ed è molto chiara”: l’esclusione di Silvio Berlusconi: “Se c’è una preclusione è che chi ha guidato sino ad adesso il governo si faccia da parte”.
Apperò, “escludiamo Berlusconi da un futuro governo”. Questa sì che è una cosa incisiva; quindi magari fino a dieci giorni fa l’avrebbe incluso ? Fantastico. Oltretutto Letta, come molti altri, sembra non essersi reso conto che l’UDC è affidabile come un signore di mezza età con le mani insanguinate che vende gelati nel suo camion arrugginito. Sarebbe divertente che Bersani spieghi a quei pochi che ancora si fidano di lui quale sarà il programma di governo della coalizione PD-UDC; magari dopo Mastella faranno Cuffaro ministro della giustizia, perché no ? E Cesa ministro della sanità.
Magari potrebbero anche chiedere l’appoggio a Forza Nuova, è sempre uno 0.5% in più, e poi sono anche loro all’opposizione ora !
La terza faccenda non è un avvenimento in sé, ma è una sorta di leitmotiv spassoso. Visto che siamo in una situazione indecente, affidiamoci a un gruppo di stronzi che a quanto pare per quindici anni hanno fatto governare i loro gemelli cattivi. “Votiamo gli emendamenti dei finiani” a una legge che loro non hanno mai ostacolato fino a due minuti fa; è una grande idea, in effetti. In realtà credo che i liberalissimi finiani siano quelli della Fini-Giovanardi e della Bossi-Fini, ma forse è un altro Fini.
Dopotutto se l’UDC è il gelataio un po’ ambiguo, gli ex AN sono suo fratello che è appena uscito di galera, “ma ora è pulito”.
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Beh, per una volta notizie fresche.
Cosa succede ? Niente di che, Vendola, da buon presidente amico del federalismo anche nelle decisioni amministrative, non nelle chiacchiere da zappaterra, ha preso la discutibile decisione di estromettere gli obiettori di coscienza dai consultori pubblici ( modifica: giustamente mi si fa notare che non vengono tutti deportati, ma “integrati” con non obiettori ).
Premesso che indubbiamente rappresenta una scelta che espelle buona parte dei rompicoglioni che creano problemi a chiunque vada in un consultorio perché semplicemente negano un servizio spacciando la loro volontà per un impedimento ideologico; ciononostante questa decisione non è la migliore possibile.
Prima di tutto perché la sanità pubblica è composta – purtroppo o per fortuna – anche da quelle persone, per cui siccome la figura dell’obiettore è riconosciuta per legge, un’azione del genere ha un che di discriminatorio, e secondariamente perché persino un obiettore potrebbe avere l’intelligenza per muovere una critica del genere, e niente è peggio di sentire una frotta di cattolici integralisti che si sentono discriminati – questa volta, purtroppo, a ragione.
Proporrei a Vendola soluzioni un po’ più semplici e meno naziste. Una, ad esempio, è fissare una linea: l’obiettore esiste, ma non può non garantire un certo livello di assistenza, ad esempio gli anticoncezionali; sei obiettore e non vuoi somministrare anticoncezionali ? Hai sbagliato mestiere; nessun razzista lavora con Medici senza Frontiere, nessun vegetariano ha allevamenti o macellerie; non c’è nessuna differenza. Se invece tutto ciò non ti va puoi sempre lavorare dalle suore, oppure in Lombardia.
Un’altra idea è non regolamentare affatto iniziare a vedere l’obiezione di coscienza per gli anticoncezionali come un disservizio arbitrario, con tutto quello che ne conseguirebbe. È ammissibile che l’aborto sia ( tutt’ora ) un tema controverso e non si auspica che chiunque la debba pensare in una certa maniera prefissata, perché se no si ritorna sul leitmotiv dei cattolici discriminati, ma uno stronzo al servizio pubblico che non vende anticoncezionali perché è uno stronzo deve assumersi le sue responsabilità, per cui deve poter essere denunciato come uno che non fa parte del suo lavoro.
Può anche essere un interessante esperimento sociale per valutare se effettivamente al mondo frega più dell’etica medievale o del non proliferare inutilmente.
Ovviamente la scusa dei direttori degli Ordini dei Medici che “l’obiezione di coscienza sta nel nostro codice deontologico” è una scusa, perché il medico razzista potrebbe vedere un danno all’umanità nella moltiplicazione di esseri di razze inferiori, e quindi il codice deontologico di “non nuocere” gli imporrebbe di farli abortire.
Su, Nichi, anche se sei anche tu cattolico, non fare questi passi falsi che avranno il solo scopo di farti odiare dai chierichetti …
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AJF 666
0Scritto il 26 giugno 2010 in AJFÈ passato un anno dagli ultimi consigli su cosa scaricare e tenere in una cartella nascosta per far vedere agli amici “ehi hai visto che roba figa che ho?”. La prima metà del 2010 mi ha regalato una tonnellata di dischi, per cui è opportuno recensirne alcuni; non ho voglia di riordinare cronologicamente, per cui mi limiterò all’ordine alfabetico.
Carino; più punkrockoso e meno folk dei primi, ovviamente, sembra una sorta di continuazione fatta meglio di New Wave, per cui è meglio sia di New Wave che, per quelli cui facevano cagare i precedenti, anche dei precedenti. Sopravvalutati? Forse.
★★★
Fantastico; mi fa un po’ ridere la definizione “black metal” di Alcest, anche dei vecchi dischi; sinceramente “disney metal” come lessi da qualche parte ci sta di più. Probabilmente è leggermente sotto il precedente ( Souvenirs d’Un Autre Monde ), però è comunque una figata.
★★★★+
Alkaline Trio – This AddictionCarino, al primo ascolto sembrava una schifezza. Dal cesto dei cliché, “una sorta di ritorno alle origini”; in realtà è un disco punk rock (“simile ai primi”) con un’ottima produzione, analoga agli ultimi due, e poi vabe’, se piacciono non deludono mai, anche se le tastiere eighties in “Eating Me Alive” sono ridicole.
★★★+
Gli Arsis avevano azzeccato in pieno un disco, che purtroppo non è questo, ma comunque non è male. Si possono citare mille motivi per cui sono meglio loro di un qualsiasi gruppo brutal o deathcore del cazzo (Braindrill?), ma è meglio ascoltarli e basta che si sprecano meno parole.
★★★★
Coheed & Cambria – Year Of The Black RainbowSul precedente ero stato molto positivo. Questo qui invece fa abbastanza cagare; non gliene faccio una colpa, i primi due erano spettacolari, i due successivi molto belli, però dopo un po’ le idee finiscono, e l’estrema bruttezza di Claudio Sanchez resta. Ascoltabile.
★★+
Molto tamarri; un disco industrial carino, niente di troppo serio. Qualche urlo, un po’ di parti melodiche elettroniche, etc.; ricordano un po’ i Mushroomhead dei tempi che furono, forse un po’ più quadrati, non che nessuna delle due cose sia necessariamente un complimento, soprattutto la prima.
★★★
Roba tranquilla e giocosa. È il primo disco di questi qui; niente di troppo originale, ma i coretti un po’ “tribali” zecche e tanto reverb un po’ indie sono due cose che difficilmente si sentono insieme: meglio così? Bellino (Daisy).
★★★★
NAME – Internet Killed The AudiostarSolito schiacciasassi con un po’ di cose melodiche? Sì, no, non proprio, c’è un po’ di tutto, dai tempi dispari che mi piacciono tanto al chugga chugga un po’ sludge – eh vabe’ non si può avere tutto dalla vita -, ai pezzi in più parti con gli intermezzi calmi e gloriosi (Empathic Communicator); niente male.
★★★★
Fantastico. I testi, come da copione, fanno cagare, ma è un disco prog metal che prende abbondantemente dal primo all’ultimo pezzo; non è il massimo dell’originalità, ma è un disco che gruppi analoghi molto più famosi non sono riusciti a fare e mai faranno (Letter Experiment, All New Materials).
★★★★★ (perché non riesco a staccarmene)
Allegro e gioioso, fa quasi venire voglia di andare con loro a Tampa o di dove cazzo sono a fare surf. Inizia molto bene ma poi diventa un po’ fiacco. Indie rock con qualche suono un po’ rétro – anche loro abbondano di reverb ed echi vari (Floating Vibes).
★★★+
The Deadly Syndrome – Nolens VolensSì, lo so, l’altro era meglio, ma questo qui non è male. Anche qui è difficile andare oltre la seconda metà svegli; per chi può apprezzare i pezzi tranquilli in cui si dice “why don’t you just go fuck off and die” è un must. Inquietante (Wingwalker).
★★★+
È meglio questo o Soundtrack to a Vacant Life ? Arboreal è molto bello, e al contrario di quello dei Deadly Syndrome, è un’ora che va via in fretta. Ha smesso di fare breakcore ma almeno non si è infrociato troppo. E ha lasciato le tracce migliori a fine disco, lodevole (Skeletons).
★★★★+
United Nations – Never Mind the Bombings (Here’s Your Six Figures)Io adoro gli Orchid, e copiare bene dagli Orchid è cosa buona e giusta, soprattutto con la giusta dose di battute razziste. Gli United Nations sono il motivo per cui Geoff Rickly non è un coglione, se proprio non ci piacciono i Thursday. Rapido e indolore.
★★★★
Harsh EBM con una copertina abbastanza eloquente. È un genere che difficilmente può piacere a chiunque. Ma d’altra parte quanto a indole tamarra fa a gara col disco degli Engel. Roba da dark un po’ perversi – e un po’ froci.
★★★
Mancano un po’ di cose. Non ho ascoltato bene l’ultimo di Burzum ed è un po’ che non sento nuove uscite black metal decenti; mi piacerebbe che i Deathspell Omega tirassero fuori qualcosa di nuovo, o che i Sunn 0))) smettessero di suonare per sempre. Ho ascoltato poco anche gli ultimi Dillinger Escape Plan, Deftones, Celeste, Knut, Xasthur, quindi non saprei dire se meritano o meno, ma è molto probabile che facciano schifo.
Pazienza.
Tags: la musica fa schifo -
Scritto il 23 giugno 2010 in Low tech
È una storia abbastanza vecchia quella di Apple che fa i rebranding di cose già note e le spaccia per supermegafigate; l’esempio più noto è Spaces, della cui innovativa originalità parlai a suo tempo – c’è da dire che le mie critiche distruttive dell’epoca ora si sono alquanto attenuate.
iOS 4.0 è la nuova release del sistema operativo per iPhone, che grazie al terrorismo psicologico Apple – e ai vari fanboys ai quali probabilmente mi dovrei includere visto questo post – persino l’aggiornamento del sistema operativo di un cellulare è una cosa cool che deve far discutere.
La cosa buffa è che tra tutte le grandi novità la migliore non viene da Apple, ma dall’iPhone dev team che ha rilasciato redsn0w a tempo di record per permettere agli sfigati come me di usarlo. Già che ci sono se a qualcuno serve, il jailbreak con redsn0w di un iPhone 3G ( non 3GS ) è semplicissimo:
- Installate il firmware nuovo da iTunes senza nessun problema.
- Se vi serve l’attivazione – tipo blocco del gestore – avrete il cellulare in “solo emergenze”, totalmente inutilizzabile, pazienza; se no dovrebbe funzionare senza problemi.
- Avviate redsn0w dandogli in pasto il firmware appena installato ( sta in ~/Library/iTunes/iPhone Software Updates/ ).
- ?
- PROFIT!
È stato anche rilasciato ultrasn0w nuovo per cui anche per chi ha il gestore bloccato ( come me ) non ci sono problemi.
Ma quindi dopo tutte queste menate su come si sblocca iOS 4 c’è anche qualcosa da dire di fico sul sistema in sé ? Sì e no: fra tutte le varie novità – anche utili – è difficile capire se ce ne sia qualcuna degna di nota.
Il multitasking, che col jailbreak funziona anche sull’iPhone 3G, è utile, però se uno vuol fare il nerd e fare in modo che il telefono non sia costantemente sovraccarico, cosa che porta a conseguenze spiacevoli come l’attesa di 5″ per leggere gli SMS, e cose simili, dopo aver gingillato per un po’ bisogna chiudere i vari programmi. Questa era già una seccatura negli smartphones Nokia primordiali ( e.g. 6600 ), ed è più un bug che una caratteristica. In effetti sarebbe una cosa intelligente stabilire quali applicazioni uno vuole tenersi in background ( telefono, Skype, iPod ) e quali possono essere avviate ogni volta ( impostazioni, Mail ), ovvero “quando premo il tastino si devono chiudere”.
Certo, senza un analogo ufficiale prima uno non aveva manco una minima idea di quali applicazioni effettivamente rimanevano aperte e quali no, per cui a sto multitasking gli darei una stellina, anche se di sicuro non vince il premio originalità.
Le cartelle, gli sfondi e gli aggiornamenti a Mail ( e molto altro ) sono le classiche robe da fighetti che non ci fanno un cazzo in una major release perché non sono una pensata da Alan Turing, sono le classiche cose che si potevano implementare da tempo ma non s’era mai fatto, perché queste cose si dilazionano a scopo di marketing; probabilmente fra un po’ uscirà l’iPhone 5 con la batteria rimovibile – cosa presente in tutti i cellulari da 10 euri – e sarà anche quello un grande evento per i fanboys; prometto che in tal caso non scriverò un post ad hoc !
Alcune caratteristiche tendenzialmente utili sono i miglioramenti alla fotocamera, anche se quella del 3G fa piuttosto cagare, per cui lo zoom è inutile, e il “coso per i video” è inutilizzabile; inoltre il Bluetooth da “inutile meno uno” passa a “inutile meno due”, con la possibilità di usare una tastiera esterna. Che cazzo se ne fa uno di usare una tastiera con l’iPhone ? Se hai le dita grosse e non riesci a scrivere comprati un cellulare più grande !
Altre cose invece non sono né intelligenti e né utili ( wow, non vedevo l’ora di regalare delle applicazioni ad altri ), mentre è imbarazzante che cose che invece lo sono, anche se è più un “era ora” che un “è belliffimo”, non sono minimamente citate, come la possibilità di mandare documenti alle applicazioni che lo supportano tramite iTunes, senza doversi fare il culo con SSH o cose peggiori.
Che dire, per fare il democristiano della situazione, a suo tempo dissi cose abbastanza razionali sul perché la maggior parte delle persone che dicono “l’iPhone fa cagare” parli per partito preso; stavolta però mi sembra che l’aggiornamento tanto pubblicizzato – persino Repubblica ne parla – sia più che altro un “adeguarsi agli standard”.
Meno male che è gratis !
Tags: series of tubes, steve blowjobs -
Scritto il 15 giugno 2010 in Lols
Il titolo sembra una presa per il culo, eppure è vero; gli alieni sono atterrati, sono fra noi, e sono cristiani ! E come se non bastasse, hanno anche un blog …
La UCCR è un’associazione di simpatici giuggioloni che si dedicano part-time a trollare la UAAR e a dare ( rispettosamente ) del nazista a qualunque seguace della satanica associazione. Personalmente non sono iscritto alla UAAR perché mi secca ricevere una rivista in cui si discute su quanto sia bello non essere credenti, anche se molto probabilmente sono dei bravi fanciulli.
In ogni caso, perché UAAR, perché sta gente ? Per colpa di questo post, che in preda all’insonnia mi accingerò a commentare; si intitola “dieci buoni motivi per non iscriversi alla UAAR”. Come tutte le liste di dieci cose pullula di cagate perché dopo il terzo motivo si finiscono le idee, però vogliamo dargli una chance.
1. Perché tutela i diritti civili degli atei e degli agnostici insultando i credenti e chi si professa cristiano
Il motivo non è tanto valido; gli insulti di chi non si stima in genere vengono presi positivamente. È pieno di religiosi che mandano all’inferno – o scomunicano – non religiosi; è ovvio che un non credente che viene scomunicato possa (debba!) ritenere la cosa irrilevante. Allo stesso modo un credente non deve sentirsi insultato da un infedele privo di anima. Anche quando dicono che “la UAAR difende i suoi associati e attraverso di essi insulta e discrimina quotidianamente chiunque si professi credente, creando un clima di tensione e di odio”, beh, la cosa è irrilevante. Oltretutto prendere in giro e discriminare sono due cose diverse, per chi non è vissuto in parrocchia – ouch, l’ho fatto di nuovo.
2. Perché difende e promuove l’ateismo mascherandosi dietro il termine laicità e schierandosi contro i Padri del liberalismo
Non sono abituato a leggere più di una riga di chi si mette a sproloquiare su liberalismo, laicità e ateismo; è noioso. E tutto il corpo del secondo motivo non mi smentisce. C’è una profonda intolleranza per l’opinione contraria – tipica di chi ha la verità rivelata … e ovviamente non mancano le parole “Benedetto Croce” a sostegno della propria tesi. Anche questo: irrilevante. Se il fatto che “si schierano contro i padri del cristianesimo” fosse stato il motivo principale per non far parte delle Bestie di Satana i giornali non ne avrebbero parlato molto; quando non si hanno appigli …
3. Perché valorizza le concezioni del mondo incredule e razionali, imponendosi nella società come nuova confessione religiosa
Se la UAAR avesse i numeri per imporsi come nuova confessione religiosa non esiterei ad iscrivermi. Irrilevante, ma principalmente falsa – e, per la prima parte, “è un’opinione come un’altra”. Paradossalmente l’elaborazione del punto in sé qualche argomentazione decente ce l’ha – in effetti mi sfuggiva che l’UAAR sulla carta si dichiarasse un’associazione religiosa.
4. Perché diffonde informazione laicista e scientista, riproponendo antiche leggende nere anticattoliche
Non ho idea di cosa voglia dire “scientista”, principalmente perché l’epistemologia è più rilevante per il lettore di MicroMega che per chiunque si occupi di scienza (di quelle vere). Quando parlano di “antiche leggende nere anticattoliche” penso si riferiscano alla caccia alle streghe (è una leggenda?) o all’inquisizione (anche quella?). “I credenti vengono insultati e definiti irrazionali, ignoranti e creduloni”; dire che una persona sia spesso propensa a perdere la propria razionalità in materia etica e religiosa è una constatazione, e in Italia quando si parla di cristiani in particolare c’è spesso la conferma sperimentale.
5. Perché è un grande spazio di incontro e confronto tra i non credenti ma un luogo di chiusura ottusa verso chi tenta un dialogo sulle ragioni della sua fede
Tolte le opinioni negative (“chiusura ottusa”, “i soliti luoghi comuni che la storia laica ha promosso ed esagerato”, etc.) le argomentazioni si accorciano; potevano chiamarlo “4 motivi per non iscriversi alla UAAR” … In ogni caso, non è compito di un’associazione dialogare con le altre, soprattutto se contrapposte; dipende dagli obiettivi che l’associazione ha. Personalmente evito spesso di parlare con filosofi di questioni epistemologiche, anche qui è una faccenda sperimentale, been there, done that.
6. Perché dà visibilità a quei non credenti saturi di odio anticlericale e discriminatorio che sarebbero altrimenti emarginati dal dialogo civile
E proprio quando si incazzano per gli attacchi personali, ecco un attacco personale ! Si incazzano perché “certi atei” fanno cose “sotto compenso economico”. Quale è il problema ? Come se le bibbie fossero gratis. E il fatto che “avversario” (parlando di sé) abbia la “a” maiuscola è conturbante.
7. Perché dopo 24 anni di pressante esistenza è poco conosciuta in Italia e totalmente sconosciuta all’estero
Pressante esistenza ? In ogni caso aspettavo la conferma della legge rossa di Godwin1 e questo punto 7 me ne regala una spettacolare, che gioia ! Anche qui, sono pochi gli iscritti, non iscrivetevi: i membri di Amnesty International ad ora sono 2.2 milioni in tutto il mondo, la sezione italiana ne fa meno di 90,000 ( quella svizzera 45,000, tanto per dire ); pochini, probabilmente nemmeno Amnesty vale la pena.
8. Perché nonostante una ventennale lotta quotidiana non è stata ancora capace di interessare veramente la popolazione italiana
Questo punto è identico al precedente, con un paragone a Comunione e Liberazione che fa venire i brividi.
9. Perché non cresce abbastanza nonostante famosi presidenti onorari e l’impegno quotidiano sotto compenso economico di un numeroso staff
“Different names for the same thing”. Anche qui si parla del cattivo dio denaro, in cui è noto che i cattolici non credano. È per quello che le suore Paoline pagano l’ICI come tutti, è per quello che dopo la morte nel 2005 non sono più usciti libri di Giussani, è per quello che la Chiesa Cattolica non fa pubblicità per avere l’8‰, è per quello che i preti lavorano gratis e sopravvivono solo grazie alle donazioni, è per quello che la Compagnia delle Opere e lo IOR non esistono. “Gli accessi al sito esplodono anche grazie ai blogger credenti che prendono spunto dai loro articoli per confermare la loro fede”, esattamente come gli accessi al loro avranno un aumento grazie a questo post, il web funziona anche in questo modo; è un motivo valido per non iscriversi alla UAAR ?
10. Perché vuole snaturare la società italiana
“Snaturare la società italiana” diffondendo l’ateismo ? C’è un’implicazione che il cattolicesimo debba essere ad ogni costo parte della natura italiana ? È un po’ il discorso che fa Forza Nuova, che però poi non parla di “radici culturali e liberali” – non so cosa sia una “radice liberale”.
In realtà è chiaro che a me non importa niente di difendere la UAAR, si difende senza problemi da sé; la cosa che però ha un minimo di rilevanza è vedere dove riescono a spingersi i soliti allocchi che piagnucolano perché non tutti al mondo la pensano come loro, e perché con questo decalogo – che, come ho già scritto, aveva un qualche contenuto per i soli primi quattro punti – e i vari altri post ( “ancora guai per il volgare clown Daniele Luttazzi”, ah no, non è un attacco personale, è una constatazione ) mostrano con feroce ironia come non ci sia una laurea che insegna ad essere divertenti o ad argomentare in modo serio.
Oltretutto parlano di un discorso del papa all’università di “Resemnburg”, forse volevano dire Regensburg … chissà perché ma mi ricorda proprio questa immagine.
_______________- la legge rossa di Godwin è quella variante della legge di Godwin che afferma che in ogni discussione su internet in italiano il numero di frasi impiegate per arrivare a un’analogia con una dittatura comunista è quasi certamente finito

















